TROMAPROJECT Tromasoda - di Riccardo Storti
22 settembre 2012
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Dopo essere stata rimasterizzata dalle sapienti mani di Paolo Iafelice, già curatore dell’ultimo studio album di Fabrizio De Andrè, esce per Aereostella, la ristampa di Periferia del Mondo, terzo lavoro dell’omonima band romana. Prima di tuffarmi con voi nelle onde sonore dell’album, ci tenevo a dire qualcosa dalla riva, sperando di sapermi far comprendere. Ci provo: l’etimologia, ricetta di antiche radici, arcano e volatile incantesimo, è in realtà una disciplina concreta che scrive sul volto di ogni parola, quanta e quale vita ha vissuto. Quando viene al mondo la parola periferia significa il portare intorno, il rendere partecipi altri non tenendo tutto per sé. Col passare dei secoli il significato si è modificato in parte ed oggi, definiamo periferia, ciò che dista dal centro di una cosa. Fra il seme primigenio e il frutto maturo c’è l’intima scintilla che ci illumina: la vedete? La musica che viene al mondo per essere ascoltata e condivisa è il centro, il cuore. Chi fa musica porta (intorno a sé) questa scintilla.
Come nella nostra circolazione il sangue (la vita) viene spinto dal centro del cuore, andando ad irrorare tutte le importanti province (periferie)del nostro organismo. Pensate ai miliardi di spartiti sdraiati sui leggii del mondo: che ne sarebbe di loro senza i “periferici”, ossia senza coloro che se ne fanno portatori? Periferia del Mondo non è solo il titolo di questo lavoro, non è soltanto il nome di questo gruppo, bensì è il loro cammino, la loro missione.
Da questa missione riparte la band romana composta da Papotto, Braico, Tommasi, Vegliante e Zito con un lavoro che ribolle di idee e di maturità espressiva. Un album dai mille pregi a cominciare dal curatissimo sound, per non dire dell’equilibrio interno che il quintetto riesce a mantenere sempre, nonostante si tratti di musica nomade, di equilibrismi e poliritmie fra il jazz, il rock progressivo e qualche vagheggiamento etnico. La potente tempesta (e quiete) oratoria (oltre 10 minuti) della titletrack, ci spinge in mare aperto mettendoci davanti ai minacciosi flutti hard - rock di Oceani, finché un’onda magica non ci conduce nel bel mezzo di un suq, nell’ agorafobico andirivieni di un mercato del medio oriente, sballottati nella Suite mediterranea. Come detto in apertura, uno dei tanti pregi di questo gruppo è quello di suonare davvero come un gruppo in ogni sezione del disco che scorre nitido come un ingranaggio sempre puntualmente oliato. Il quintetto si muove con dimestichezza anche nella forma canzone dove elargisce melodie carezzevoli come nell’eccellente Chiaroscuro. Tommasi è un chitarrista che impugna con sovrana disinvoltura il suo scettro da cui estrae assolo da brividi o granitici riff come nel caso di Synaestesia, pietra lavica che sembra eruttata dall’infernale fucina di Lord – Blackmore, ai tempi di Fireball. Papotto, qui sorprende tutti con un travestimento vocale, indossando un timbro acuminato e minaccioso che aumenta le scintille della track. Per il resto l’apporto del polistrumentista è la solita congerie di classe, morbidezza ed incisività: basti citare a conferma di ciò il suo assolo di sax che eleva Angeli infranti dallo status di semplice canzone o le due tracce strumentali successive. In Cartoline per il Giappone, sul candido piano di Vegliante, Papotto dà fiato con clarinetto e sax, alla danza di una giovane geisha avvolta in un kimono di sensuale malinconia. Qualche secondo dopo, eccoci in un fumoso night nella Broadway degli anni ’50: loschi individui con lo sguardo imprigionato nel decolté di qualche futura starletta, uomini d’affari, odorosi di potere e misfatti, femmine fatali, mantidi sfrontate e camerieri impomatati che rincorrono laute mance. Il tempo galleggia torbido, come in una pozzanghera, scivolando sulle spazzole di Zito: Piove sul mare è un Coltrane marinato nello scotch. Non servono gli occhiali ma questa è musica in 3D. La nuova composizione Funkats, un accattivante funky che chiude questa ristampa, non aggiunge note di particolare merito ad un album che, dobbiamo dirlo onestamente, poteva e potrà essere migliorato in un solo modo: con un successore all’altezza che porti sempre più la Periferia del Mondo al centro della musica. (Mattia Scarsi)
La chitarra di Marcello Capra non è proprio uno strumento musicale. Direi che è più uno strumento di viaggio. Sì, perché il musicista piemontese ci ha ormai abituato da tempo a salire sulle corde della sua acustica, invitandoci a seguirlo per le strade tracciate ai bordi di un atlante pentagrammato.
Ciò è quanto capita anche nell’ultimo lavoro Fili del tempo (Electromantic, 2011), vera e propria collezione di rotte sonore, arricchite dalla supervisione di Beppe Crovella (qui impegnato pure come sessionman all’Hammond e alle tastiere). C’è un Mediterraneo un po’ californiano (Dreaming of Tinder), l’Argentina tanguera (Astor), il Brasile samba-fusion (Irio), Napoli (Danzarella) e vertici di un Oriente estremo in tutti i sensi (For Tibet). I fili del tempo, però, una volta riannodati, mettono in luce i ricordi: così si spiega la cover dei Cream (dall’originale di Skip James) So Glad e il medley-tributo alla Frontiera dei Procession. I felici movimenti ritmico-armonici della chitarra di Capra creano ulteriori episodi di un virtuosismo creativo mai fine a se stesso (la title track), incoraggiando varianti etniche per spunti blues (Standby) o accogliendo suggestioni – tanto vivaci quanto semplici – rivolte ad Est (Un sogno lucido).
Ma l’intuizione più brillante alla base di Fili del tempo va ricercata nel ritorno di Silvana Alliotta, voce storica dei Circus 2000, che in più tracce presta il proprio canto. Immutato per qualità ed entusiasmo. Anzi, c’è qualcosa di più. Negli anni Settanta il timbro della Alliotta venne spesso affiancato a quello di Grace Slick dei Jefferson Airplane. Un complimento, però anche una condanna, se vogliamo… E proprio nell’opener Dreaming of Tinder il fattore Slick si rifà vivo. In So Glad il pertinente inserimento dell’Alliotta è la ciliegina sulla torta. Il culmine nei vocalizzi jazz carioca di Irio: una vis interpretativa inarrestabile e, al contempo, controllata e, presi dal groove, ci chiediamo perché l’Alliotta non sia diventata la nostra Shelley Bassey. A pennello l’ultimo cameo in For Tibet: la cantante lascia che la chitarra di Capra le apre la strada ed, al momento, fa il suo ingresso. Una voce, poi un’altra, dentro il fascino della sovraincisione, con un andamento melodico a spirale, in un metamorfico blues sciamanico, bloccato all’ìmprovviso dal pedale di Silvana e l’ “altra”.
© Riccardo Storti
Vittorio De Scalzi è l’unico artista veramente in grado di dare voce e musica all’ineffabile mondo poetico di Riccardo Mannerini. “Ineffabile”. Fa specie usare questo aggettivo, per la poesia. Ineffabile. Impossibile da raccontare. Eppure la parola – in poesia – è tutto. Quando poi si scende (o si sale) per colorare con i suoni i versi, il rischio di una banale implosione per corto circuito è dietro all’angolo. Se il musicista decide di avvicinarsi al poeta, deve – come minimo – sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, cogliere quell’orizzonte che non sempre lo spartito ti consente.
Ma Vittorio De Scalzi è una vita che gira per i caruggi di Mannerini. Ci si infilò la prima volta nel 1968 con i New Trolls, complici De André e Gian Piero Reverberi, per Senza orario senza bandiera. Un contatto artistico mai cessato e, al tempo stesso, una consonanza tra i metri manneriniani e la facilità compositiva sull’arco melodico di De Scalzi.
© Riccardo Storti
Prima l’attesa, poi la curiosità. Ogni volta che esce un nuovo disco di una band “fondativa” del progressive italiano, l’attenzione è ai massimi livelli. Figuriamoci poi se questo gruppo si chiama “Le Orme”. Inoltre, tenuto conto delle svariate vicissitudini degli ultimi due anni, alla notizia di questa nuova pubblicazione, gli appassionati hanno avuto modo di vedersi raccontato – in musica – un ulteriore capitolo. Ma, come è nostro costume, qui si parla e si scrive di note; il resto non ci appartiene, anche perché l’unico dato che abbiamo tra le mani è un CD che attende di essere, prima di tutto, ascoltato. Però la questione di fondo resta ed è inutile girarci in giro o celarsi dietro ad dito. Ma come saranno Le Orme, per la prima volta, senza la voce e la presenza di Aldo Tagliapietra? Credo sia onesto chiedercelo. Ma pari onestà si impone necessaria durante l’ascolto. Che parli la musica.
L’idea di fondo- grazie all’imbeccata produttiva di Guido Bellachioma – possiede un indubbio fascino: un concept album sulla Via della Seta, considerata alla stregua di una categoria geo-esistenziale in grado di mettere in comunicazione l’Oriente con l’Occidente e viceversa. La sceneggiatura trova modo di essere immersa in un plot sonoro dalle coordinate ben fedeli alla connaturata vena sinfonica (Verso Sud, Incontro dei popoli). Il lavoro di scrittura tastieristica di Michele Bon si rivela pertanto ben strutturato di rimandi tanto al tratto emersoniano (l’attacco di L’alba di Eurasia, il pianismo di Mondi che si cercano, il simil bolero della title track, così Abadon) quanto ai Genesis (29457. L’asteroide di Marco Polo). Va aggiunto che La Via della Seta non subisce passivamente la seduzione degli anni Settanta ma denota sonorità molto più vicine al neoprog contemporaneo (Il romanzo di Alessandro, Una donna). Ovviamente la tradizione ormistica è viva soprattutto in alcuni ariosi temi, il cui modello potrebbe essere ricondotto composizioni sulla falsariga di Maggio (Serinde, La prima melodia e Xi’an-Venezia-Roma). Da non trascurare l’apporto del bassista Fabio Trentini: qua e là (penso al preludio di Serinde, prima della frase di moog) si percepiscono alcuni precisi marcatori vicini al sound di alcuni suoi lavori solistici. Il drumming di Dei Rossi ben si collega all’impianto totale per calore e pertinenza dinamica.
Senz’altro più pregi che imperfezioni. Unico neo, i testi non sempre ispirati, o meglio: il prestigioso apporto di Maurizio Monti pare staccato dalla dinamica di gruppo. Manca ancora una sintonia lirica a cui Le Orme ci hanno abituato da sempre.
D’altra parte si ha l’impressione che Le Orme abbiano scelto di dare molto più spazio alla vena strumentale rispetto a quella canora, forse perché su quest’ultimo versante si viene a toccare un punto delicato. E la scelta di consegnare le parti cantate al vocalist dei Metamorfosi Jimmy Spitàleri non appare né posticcia, né forzata. Si tratta di un timbro dotato di una concreta personalità autonoma. Anzi, rispetto ai tempi di Inferno, l’ugola è dotata di maggiore controllo. Uno Spitàleri lirico e, al tempo stesso, potente e, per fortuna, non più retorico.
Alla fine dei giochi, mi viene spontaneo il parallelo con un altro CD di qualche anno fa, firmato da un complesso storico. Mi riferisco a Marco Polo dei Latte e Miele. Le telepatie - musicali e contenutistiche - sono numerose (l’aura sinfonica e il tema del viaggio in Oriente). Detto questo, però valga un consiglio. Ascoltate La Via della Seta senza troppe pretese dietrologiche. Ascoltatelo e basta. Confrontare, serve a poco. Gli spunti brillanti abbondano. Certo: c’è un percorso diverso che trova la sua forza nelle polifonie tastieristiche di Bon, nelle articolazioni percubatteristiche di Dei Rossi e nel sostegno ritmico-sonico di Trentini. Al trio si aggiunga un interprete vocale di peso e di carattere come Jimmy Spitàleri. Altri passi, altre orme.
© Riccardo Storti
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