TROMAPROJECT Tromasoda - di Riccardo Storti

22 settembre 2012

Prendere alcuni standard jazz e centrifugarli per bene attraverso le lame affilate di un power trio. È quanto hanno combinato i Tromaproject di Renzo Luise (chitarra, già Jus Primae Noctis e non solo), Dino Cerruti (basso) e Rudy Cervetto (batteria): centrale la funzione solista della versatile sei corde di Luise che mischia con disinvoltura disparate cifre stilistiche (dal crossover al blues, dal rock'n roll alla fusion); sotto una sezione ritmica mai doma nel pompare adrenalina.
Il risultato è un breve CD (autoprodotto) di 5 brani riveduti e scorretti con graffiante grazia. Blue Trane di Coltrane sfrutta il primordiale giro con iniezioni wah-wah hendrixiane e dissonanze frippiane; Birk's Works di Gillespie lascia scorie filtrate da un setaccio un po' grunge e un po' Led Zeppelin; Impression di Coltrane miscela sentori da colonna sonora spy movie con cesure rumoristiche alla Naked City; una pericolosa natura punk metal s'impossessa di Road Song (Wes Montgomery). Non poteva esserci conclusione più iconoclasta di una “cubista” A Night in Tunisia (altro classico di Gillespie) dal profilo hard core ingentilito da un interludio basso-batteria piuttosto latineggiante. Che la segnalazione sia una preziosa occasione per discografici curiosi... signori, ne vale la pena.
© Riccardo Storti

Continua...

STORIE DI ROCK Innocenzo Alfano - di Riccardo Storti

19 settembre 2012

Innocenzo Alfano continua ad offrire importanti contributi musicologici all'analisi della popular music, pertanto anche del progressive; ed il suo ultimo Storie di rock testimonia ulteriormente questo sforzo impegnativo biunivoco. Sì, biunivoco perché Alfano è uno che non si risparmia di fronte a qualsiasi atto di vivisezione della partitura ma, al contempo, i suoi lavori richiedono pari attenzione da parte di chi legge. Da quando ha esordito nel 2004 con Fra tradizione colta e popular music: il caso del rock progressivo, Alfano ci ha abituato al gusto dell'approfondimento sul dato musicale, senza tanti fronzoli e senza troppe invasioni sociologiche e letterarie. E questo è sicuramente il maggior pregio del suo approccio. Così è stato anche per gli altri volumi (Verso un'altra realtà ed Effetto Pop) che – è doveroso sottolinearlo – si presentano come raccolte di saggi monografici (o inediti o riveduti e corretti, dopo essere stati pubblicati in spazi pubblicistici dedicati, tra cui il nostro “contrAPPUNTI”). Idem dicasi per il recente Storie di rock. Per entrare meglio nello specifico del libro, vale la pena citare il capitale sottotitolo: “Gli Anni Sessanta e Settanta attraverso dischi, festival, libri, luoghi, suoni e molte curiosità”. Dando una scorsa all'indice, c'è da perdersi: Allman Brothers, Hendrix, Colosseum, Family, Dylan, Genesis, Bakerloo, John Cipollina, Tempest, PFM, Le Orme, Acqua Fragile, Bombay Calling, Jimmy Page, Beatles, The Who, Bonzo Dog/Dah Band e potremmo continuare. Lo zibaldone si fa più unitario e saggistico con un capitolo autonomo sulla scena californiana (San Francisco Sound: i suoni di una città), praticamente un importante unicum in Italia. Beh, poi Alfano lo conosciamo: non ha peli sulla lingua, il suo taglio non dà adito ad equivoci e non lascia dubbi, ma – con buona e precisa volontà dell'autore – vuole essere “discutibile”, talvolta in maniera anche provocatoria e senza troppe mediazioni. Muovere le acque al di là di luoghi comuni e ipse dixit. Ci sta. Significa “fare critica”. Libro prezioso. Due punti, però, possono destare qaulche perplessità. Uno: il saggio Fabrizio De André in concerto con arrangiamenti (contraffatti) della PFM, già pubblicato sul blog di Athos Enrile e che innescò a suo tempo una replica precisa di Lucio Fabbri
(che, ahinoi, non è stata invece inserita da Alfano nel libro... peccato!). E sia: ci sarà consonanza tra Zirichiltaggia e Spirit dei Dobbie Brothers e tra Volta la carta e Paddy's Jig degli Steeleye Span, ma che c'entra la PFM? La Premiata nel live con De André, mantenne quegli arrangiamenti dall'album Rimini così come erano stati elaborati dalla triade Mims – Bubola – Reverberi. Poi l'idea di Alfano di denominare l'album con la dicitura “arrangiamenti PFM” preferendo un “accompagnamento PFM” è proprio fuori luogo e per nulla condivisibile. Musicalmente, in origine, cosa erano La guerra di Piero, La canzone di Marinella, Il giudice, Amico fragile, Bocca di Rosa, Il pescatore, Maria nella bottega del falegname, Il testamento di Tito, Verranno a chiederti del nostro amore, Giugno '73? E cosa sono diventate dopo quel tour, grazie agli arrangiamenti della PFM? La risposta sta nella carriera di De André che, anche in seguito, nei suoi live successivi, volle che quegli arrangiamenti di Mussida, Premoli, Djivas, Di Cioccio, Fabbri e Colombo rimanessero inalterati. Altro che accompagnamento...
Due: l'appunto Paul McCartney è morto, ma nessuno lo sa, riflessione sul divertente ed acuto lavoro ricostruttivo del famoso mito a cura di Glauco Cartocci (Il caso del doppio Beatle). Alfano ne distrugge le fondamenta senza, però, nemmeno entrare dalla porta e dare un'occhiata a chi c'è nell'appartamento... Alfano fiuta (e presume) che il lavoro di Cartocci possa parlare poco di musica e riduce il tutto ad una questione di gossip. E Alfano ammette, sì, di essere andato in libreria, ma “mi è bastato sfogliare l'introduzione del volume, più alcune decine di pagine dei vari capitoli/paragrafi di cui è composto il libro – le più significative, se così si può dire sperando di non abusare del termine -, perché mi passasse la voglia di leggerlo integralmente e soprattutto di spendere i soldi per l'acquisto”. Non è corretto, se non altro per una forma di rispetto nei confronti di chi quel libro lo ha scritto. Un brutto autogol.
Si può polemizzare con Alfano e mi è capitato di farlo più volte in forma privata. Io credo che le divergenze aiutino comunque a crescere e a fare crescere il nostro piccolo mondo critico. Gli input di Alfano – comunque la si pensi – offrono sempre una possibilità di replica, appunto, costruttiva. Cosa mi auspico dal nostro amico calabrese, pisano d'adozione? Beh, l'ho pregato più volte... ed ora passo dal privato al pubblico. Un saggio organico su un argomento specifico. Ben vengano le monografie, ma perché non pensare ad un equivalente italiano della pietra miliare Rocking the Classic di Edward Macan? Di sicuro, Alfano ha tutte le carte in regola per affrontare simile sfida e con risultati a lunga gittata. © Riccardo Storti 

Continua...

LAKME' Endless Rail - di Mattia Scarsi

09 settembre 2012

Nel caos calmo di tutti i giorni, la fuoriserie che abbiamo dentro la testa si schianta o s’avventura, per inesorabile sfortuna o per negletta pigrizia, nelle sabbie mobili del luogo comune.
La diffusione di questa regione arida, di questa paralisi del ragionamento, lo sappiamo bene, sta fossilizzando il nostro linguaggio (in prognosi riservata) e trivellando le rughe alla creatività.
Si parla con metodicità kantiana della crisi dell’arte che non riesce nemmeno più ad ascoltarsi, figuriamoci a farsi ascoltare. La musica viene accusata di duplicare, con più o meno accorta ostinazione, la sua scorta di sette voci, esaurita da tempo.
Poi, fra i crepacci dell’abitudine, dopo quintali di ruminato, apparecchiato per piacere, ecco la distrazione. Qualcuno dà le spalle al “sistema”, si chiude nella propria “stanza” a preparare la valigia, riempiendola di un bagaglio rischioso e poco accondiscendente: la propria sensibilità.
Di recente ho avuto la fortuna di ascoltare i lavori pianistici di Chiarandini, Nocenzi, Bodin e Crivella tanto per dare qualche esempio di “bagaglio a rischio”.
Francesco Gazzara proviene dal mondo dell' acid jazz, ma ultimamente ha evidenziato una propensione per il rock di matrice colta, che ha lambito, carezzato e superato in un tempo esiguo. Nei Genesis ed in un certo art-rock inglese aveva imbevuto le trame di The Piano room mentre con i suoi ultimi lavori il percorso è stato sempre più limitrofo alla musica contemporanea in cui ha fatto convergere le colonne sonore e la background music, il rock, il jazz e l’impressionismo new age.
Endless rail è un amplio, variopinto macramé di tutto questo. Soffusa e ariosa la title track mentre Your hand si svuota su di noi come una brocca colma di argento vivo. Poi state pronti a ovattare il passo, trattenete il respiro e gustatevi Day after day, il reportage di un safari sulla Luna.
Alla faccia di chi dice che “In fondo le note sono sette e di lì non si scappa”. Quante volte vi è toccato ingollarvi pazienti, discorsi di questo calibro? Confutate questa insulsa emissione d’anidride carbonica provando ad ascoltare (e a far ascoltare) un brano orchestrale della statura di Unter see, vi sembrerà di nuotare nella Via Lattea.
Antartica e Shock and awe, sono due edelweiss, rari ed irraggiungibili, da cui inalare il fresco profumo plurivoco che il progressive possedeva nella sua infanzia. Gazzara si alterna con gusto pittorico fra il mellotron, l’organo, l’harmonium ed il pianoforte da cui evaporano suoni che conducono ad un luminoso samadhi dell’anima.
La mia opinione è che la bellezza (quella intima) si possa indossare in qualunque occasione.
Se proprio dovessi suggerire un climax ideale per l’ascolto di questo lavoro, propenderei forse per l’imminente notte di San Lorenzo, la notte delle Perseidi, quando il cielo verrà irrigato da sciami erranti di astri in fuga.
Forse perché è un lavoro che promana una serenità celeste, forse perché è intarsiato da un pacato, dolcissimo desiderio. E forse desiderare (dal latino de-sidera) significa sdraiarsi a guardare le stelle aspettando che da loro discenda qualcosa. (Mattia Scarsi - tratto da contrAPPUNTI - Quaderno trimestrale del Centro Studi per il Progressive Italiano - Anno VII - n. 4 - inverno 2010-2011)


Continua...

ALVITI & PAPOTTO Le immagini della musica - di Mattia Scarsi

Che cosa è musica? Che aspetto ha? Quali immagini si proiettano nella sua voce? Quali visioni scorrono nel letto del suo fiume?
Io ne sono convinto da tempo: musica è la pittura che non finisce nel quadro. La cornice non è il limite del quadro ma il confine che la realtà non riesce a valicare per tuffarsi nella tela.
Parto da questa mia tesi, condivisibile o meno, per parlare de Le immagini della musica, il nuovo lavoro di Massimo Alviti e Alessandro Papotto. I due compositori ed eccellenti interpreti, che vantano nel loro percorso artistico prestigiose collaborazioni, (Avion Travel, Banco, Mauro Pagani per Papotto , Rodolfo Maltese e Raffaele Simeoni per Alviti) non hanno bisogno di molte presentazioni: il titolo sinestetico del cd, rimanda all’idea di un “film”nel quale Alviti con il suo ottimo fingerstyle e Papotto alternandosi fra clarinetto e sax soprano, affermano di voler stimolare le immagini dell’inconscio nello “spettatore”.
Mi accingo dunque a raccontare l’intima pellicola che mi ha avvolto durante l’esperienza (multisensoriale) dell’ascolto, ben conscio dei limiti che possiede il misero setaccio della scrittura.
Sta di fatto che da questo sodalizio artistico, coadiuvato da una produzione all’altezza, si traccia un disegno delicato, ricco di chiaroscuri, ad indicare quanto più colore vi sia nelle sfumature anziché nei contrasti. Un disco di classe, un prisma di luce piena dove soffermarsi di più su una “faccia” del poliedro, vorrebbe dire mettere in ombra le altre. Nonostante ciò, devo ammettere che la melodia ambrata di Forse una canzone s’insinua nei ventricoli fin dal primo ascolto, che le acrobazie leggiadre de Il saltimbanco, infastidito dal calabrone di Rimskij-Korsakov, celebrano nel migliore dei modi l’intesa dei due artisti, che il godibile jazz old style di Vecchia radio e la malinconica e bellissima Notte, giorno, notte sono modelli di puro entertaiment e di talento visionario.
E’ però nella sua interezza che l’album si rivela una galassia, composta di tredici pianeti, che ruotano nelle retine e nelle orecchie di chi ascolta, ben oltre il tempo delle loro orbite udibili.
D’altronde certa musica, la grande musica, riverbera in noi come un’eco gentile e dispotica: le sue note ci colonizzano, ci possiedono, ci animano, ci regalano l’immaginazione. Sono ciottoli lanciati in acque morbide dove i cerchi si diramano fino alla Luna ed oltre.
Restano ai margini le parole, come pleonastici orpelli, come recinti da divellere o come fagotti legati al volo di cicogne. Certa musica, la grande musica è tela senza cornice, senza soggetto, libera di ritrarre se stessa. Parte di quella musica è qui dentro. A noi non resta che contemplarla, in silenzio, ad occhi chiusi. (Mattia Scarsi)

Continua...

PERIFERIA DEL MONDO Periferia del mondo - di Mattia Scarsi

05 aprile 2012

Dopo essere stata rimasterizzata dalle sapienti mani di Paolo Iafelice, già curatore dell’ultimo studio album di Fabrizio De Andrè, esce per Aereostella, la ristampa di Periferia del Mondo, terzo lavoro dell’omonima band romana. Prima di tuffarmi con voi nelle onde sonore dell’album, ci tenevo a dire qualcosa dalla riva, sperando di sapermi far comprendere. Ci provo: l’etimologia, ricetta di antiche radici, arcano e volatile incantesimo, è in realtà una disciplina concreta che scrive sul volto di ogni parola, quanta e quale vita ha vissuto. Quando viene al mondo la parola periferia significa il portare intorno, il rendere partecipi altri non tenendo tutto per sé. Col passare dei secoli il significato si è modificato in parte ed oggi, definiamo periferia, ciò che dista dal centro di una cosa. Fra il seme primigenio e il frutto maturo c’è l’intima scintilla che ci illumina: la vedete? La musica che viene al mondo per essere ascoltata e condivisa è il centro, il cuore. Chi fa musica porta (intorno a sé) questa scintilla.

Come nella nostra circolazione il sangue (la vita) viene spinto dal centro del cuore, andando ad irrorare tutte le importanti province (periferie)del nostro organismo. Pensate ai miliardi di spartiti sdraiati sui leggii del mondo: che ne sarebbe di loro senza i “periferici”, ossia senza coloro che se ne fanno portatori? Periferia del Mondo non è solo il titolo di questo lavoro, non è soltanto il nome di questo gruppo, bensì è il loro cammino, la loro missione.
Da questa missione riparte la band romana composta da Papotto, Braico, Tommasi, Vegliante e Zito con un lavoro che ribolle di idee e di maturità espressiva. Un album dai mille pregi a cominciare dal curatissimo sound, per non dire dell’equilibrio interno che il quintetto riesce a mantenere sempre, nonostante si tratti di musica nomade, di equilibrismi e poliritmie fra il jazz, il rock progressivo e qualche vagheggiamento etnico. La potente tempesta (e quiete) oratoria (oltre 10 minuti) della titletrack, ci spinge in mare aperto mettendoci davanti ai minacciosi flutti hard - rock di Oceani, finché un’onda magica non ci conduce nel bel mezzo di un suq, nell’ agorafobico andirivieni di un mercato del medio oriente, sballottati nella Suite mediterranea. Come detto in apertura, uno dei tanti pregi di questo gruppo è quello di suonare davvero come un gruppo in ogni sezione del disco che scorre nitido come un ingranaggio sempre puntualmente oliato. Il quintetto si muove con dimestichezza anche nella forma canzone dove elargisce melodie carezzevoli come nell’eccellente Chiaroscuro. Tommasi è un chitarrista che impugna con sovrana disinvoltura il suo scettro da cui estrae assolo da brividi o granitici riff come nel caso di Synaestesia, pietra lavica che sembra eruttata dall’infernale fucina di Lord – Blackmore, ai tempi di Fireball. Papotto, qui sorprende tutti con un travestimento vocale, indossando un timbro acuminato e minaccioso che aumenta le scintille della track. Per il resto l’apporto del polistrumentista è la solita congerie di classe, morbidezza ed incisività: basti citare a conferma di ciò il suo assolo di sax che eleva Angeli infranti dallo status di semplice canzone o le due tracce strumentali successive. In Cartoline per il Giappone, sul candido piano di Vegliante, Papotto dà fiato con clarinetto e sax, alla danza di una giovane geisha avvolta in un kimono di sensuale malinconia. Qualche secondo dopo, eccoci in un fumoso night nella Broadway degli anni ’50: loschi individui con lo sguardo imprigionato nel decolté di qualche futura starletta, uomini d’affari, odorosi di potere e misfatti, femmine fatali, mantidi sfrontate e camerieri impomatati che rincorrono laute mance. Il tempo galleggia torbido, come in una pozzanghera, scivolando sulle spazzole di Zito: Piove sul mare è un Coltrane marinato nello scotch. Non servono gli occhiali ma questa è musica in 3D. La nuova composizione Funkats, un accattivante funky che chiude questa ristampa, non aggiunge note di particolare merito ad un album che, dobbiamo dirlo onestamente, poteva e potrà essere migliorato in un solo modo: con un successore all’altezza che porti sempre più la Periferia del Mondo al centro della musica. (Mattia Scarsi)

Continua...

MARCELLO CAPRA Fili del tempo - di Riccardo Storti

24 ottobre 2011

La chitarra di Marcello Capra non è proprio uno strumento musicale. Direi che è più uno strumento di viaggio. Sì, perché il musicista piemontese ci ha ormai abituato da tempo a salire sulle corde della sua acustica, invitandoci a seguirlo per le strade tracciate ai bordi di un atlante pentagrammato.

Ciò è quanto capita anche nell’ultimo lavoro Fili del tempo (Electromantic, 2011), vera e propria collezione di rotte sonore, arricchite dalla supervisione di Beppe Crovella (qui impegnato pure come sessionman all’Hammond e alle tastiere). C’è un Mediterraneo un po’ californiano (Dreaming of Tinder), l’Argentina tanguera (Astor), il Brasile samba-fusion (Irio), Napoli (Danzarella) e vertici di un Oriente estremo in tutti i sensi (For Tibet). I fili del tempo, però, una volta riannodati, mettono in luce i ricordi: così si spiega la cover dei Cream (dall’originale di Skip James) So Glad e il medley-tributo alla Frontiera dei Procession. I felici movimenti ritmico-armonici della chitarra di Capra creano ulteriori episodi di un virtuosismo creativo mai fine a se stesso (la title track), incoraggiando varianti etniche per spunti blues (Standby) o accogliendo suggestioni – tanto vivaci quanto semplici – rivolte ad Est (Un sogno lucido).
Ma l’intuizione più brillante alla base di Fili del tempo va ricercata nel ritorno di Silvana Alliotta, voce storica dei Circus 2000, che
in più tracce presta il proprio canto. Immutato per qualità ed entusiasmo. Anzi, c’è qualcosa di più. Negli anni Settanta il timbro della Alliotta venne spesso affiancato a quello di Grace Slick dei Jefferson Airplane. Un complimento, però anche una condanna, se vogliamo… E proprio nell’opener Dreaming of Tinder il fattore Slick si rifà vivo. In So Glad il pertinente inserimento dell’Alliotta è la ciliegina sulla torta. Il culmine nei vocalizzi jazz carioca di Irio: una vis interpretativa inarrestabile e, al contempo, controllata e, presi dal groove, ci chiediamo perché l’Alliotta non sia diventata la nostra Shelley Bassey. A pennello l’ultimo cameo in For Tibet: la cantante lascia che la chitarra di Capra le apre la strada ed, al momento, fa il suo ingresso. Una voce, poi un’altra, dentro il fascino della sovraincisione, con un andamento melodico a spirale, in un metamorfico blues sciamanico, bloccato all’ìmprovviso dal pedale di Silvana e l’ “altra”.
© Riccardo Storti

Continua...

VITTORIO DE SCALZI Gli occhi del mondo - di Riccardo Storti

15 ottobre 2011

Vittorio De Scalzi è l’unico artista veramente in grado di dare voce e musica all’ineffabile mondo poetico di Riccardo Mannerini. “Ineffabile”. Fa specie usare questo aggettivo, per la poesia. Ineffabile. Impossibile da raccontare. Eppure la parola – in poesia – è tutto. Quando poi si scende (o si sale) per colorare con i suoni i versi, il rischio di una banale implosione per corto circuito è dietro all’angolo. Se il musicista decide di avvicinarsi al poeta, deve – come minimo – sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, cogliere quell’orizzonte che non sempre lo spartito ti consente.

Ma Vittorio De Scalzi è una vita che gira per i caruggi di Mannerini. Ci si infilò la prima volta nel 1968 con i New Trolls, complici De André e Gian Piero Reverberi, per Senza orario senza bandiera. Un contatto artistico mai cessato e, al tempo stesso, una consonanza tra i metri manneriniani e la facilità compositiva sull’arco melodico di De Scalzi.

Finalmente, ora, ci siamo. Dopo la brillante uscita zeneise del 2009 (Mandilli), De Scalzi, in collaborazione con il cantautore Marco Ongaro, ha pubblicato Gli occhi del mondo (produzione Aereostella).
Selezionando dal canzoniere di Mannerini, De Scalzi ci presenta una galleria di personaggi che vivono di sentimenti- spesso estremi - in un’atmosfera di magica quotidianità: la gelosia di Gionata Orsielli, la solitudine di Isabella Eggleston, l’educazione distratta di un Serial Killer colto nell’atto di uscire da un forno con “in mano il sacchetto del pane”, l’amore “stordito” di Martina di marzo “incerta sui tacchi fra incerti lampioni”. Scorrono veloci gli incubi di un crudele desiderio prenatale (Il ritorno) e agili trasfigurazioni evangeliche (12 pescatori), in fondo ad una geografia esistenziale tutta da riscrivere (Senza una voce), tracciando rotte attraversi temi sensibili quali il suicidio (Tante gocce), la giustizia (La corte), gli affetti più intimi (L’ultimo altare) e il senso della vita (Gli occhi del mondo).
Il tessuto musicale procede di pari passo con lo spirito delle liriche. È il De Scalzi compositore fine e maturo delle melodie di The Seven Seasons e di Mandilli, ma che non esita a personalizzare su diversificati stili di ballad: blueseggiante (Il ritorno), country-western (Gionata Orsielli, Serial Killer), mediterranea (Senza una voce), beatlesiana (Isabella Eggleston… con un mellotron alla Strawberry Fields Forever), italiana doc (Tante gocce), easy-listening (Sera sul mare), soul (Martina di marzo). Alcune canzoni (L’ultimo altare e Gli occhi del mondo) si conferma un ulteriore naturale allineamento con il De André di Anime salve e il Fossati anni Novanta. Un pizzico di Chicago con lo spirito saltellante di Le Roi Soleil, sostanzia il profilo melodico-ritmico de La corte, in mezzo al divertito e divertente gioco declamazioni forensi (voce dell’attore Corrado Tedeschi) e di staccati. Il rock, invece, a gamba tesa con una teoria di riff, stacchi e accordi pieni, spezzando la tenue atmosfera di 12 pescatori.
De Scalzi canta, suona pianoforte, piano elettrico, chitarre (classica e acustica), sintetizzatori e mellotron ed è accompagnato dal fedele Andrea Maddalone alla chitarra elettrica (molto bensoniano…), dal bassista Massimo Trigona (noto sessionman genovese che qualcuno di voi avrà visto sul palco de La Claque con Il Picchio Dal Pozzo) e dal batterista jazz Enzo Zirilli (ha suonanto con Moroni, Tavolazzi, Pieranunzi, Rolff). Tra i musicisti ospiti: Franz Di Cioccio della PFM (batteria nella seconda versione de Il ritorno), la White Light Orchestra (il trio d’archi degli Gnu Cabrera, Izzo e Rebaudengo), il chitarrista Paolo Bonfanti, il fisarmonicista rumeno Nani Tudor, il fiatista Edmondo Romano e il mandolinista Martino Coppo.
Un po’ come i protagonisti di Sera sul mare, Mannerini, De Scalzi e Ongaro diventano “ricettatori di stelle” che “aprono i loro armadi fra le nubi”, mentre “il nostro cuore tenta a buon mercato di comprarsi un sogno”. Un CD, come questo, può bastare. Quando si dice una medicina per l’anima.

© Riccardo Storti

Continua...

LE ORME La Via della Seta – di Riccardo Storti

05 settembre 2011

Prima l’attesa, poi la curiosità. Ogni volta che esce un nuovo disco di una band “fondativa” del progressive italiano, l’attenzione è ai massimi livelli. Figuriamoci poi se questo gruppo si chiama “Le Orme”. Inoltre, tenuto conto delle svariate vicissitudini degli ultimi due anni, alla notizia di questa nuova pubblicazione, gli appassionati hanno avuto modo di vedersi raccontato – in musica – un ulteriore capitolo. Ma, come è nostro costume, qui si parla e si scrive di note; il resto non ci appartiene, anche perché l’unico dato che abbiamo tra le mani è un CD che attende di essere, prima di tutto, ascoltato. Però la questione di fondo resta ed è inutile girarci in giro o celarsi dietro ad dito. Ma come saranno Le Orme, per la prima volta, senza la voce e la presenza di Aldo Tagliapietra? Credo sia onesto chiedercelo. Ma pari onestà si impone necessaria durante l’ascolto. Che parli la musica.

L’idea di fondo- grazie all’imbeccata produttiva di Guido Bellachioma – possiede un indubbio fascino: un concept album sulla Via della Seta, considerata alla stregua di una categoria geo-esistenziale in grado di mettere in comunicazione l’Oriente con l’Occidente e viceversa. La sceneggiatura trova modo di essere immersa in un plot sonoro dalle coordinate ben fedeli alla connaturata vena sinfonica (Verso Sud, Incontro dei popoli). Il lavoro di scrittura tastieristica di Michele Bon si rivela pertanto ben strutturato di rimandi tanto al tratto emersoniano (l’attacco di L’alba di Eurasia, il pianismo di Mondi che si cercano, il simil bolero della title track, così Abadon) quanto ai Genesis (29457. L’asteroide di Marco Polo). Va aggiunto che La Via della Seta non subisce passivamente la seduzione degli anni Settanta ma denota sonorità molto più vicine al neoprog contemporaneo (Il romanzo di Alessandro, Una donna). Ovviamente la tradizione ormistica è viva soprattutto in alcuni ariosi temi, il cui modello potrebbe essere ricondotto composizioni sulla falsariga di Maggio (Serinde, La prima melodia e Xi’an-Venezia-Roma). Da non trascurare l’apporto del bassista Fabio Trentini: qua e là (penso al preludio di Serinde, prima della frase di moog) si percepiscono alcuni precisi marcatori vicini al sound di alcuni suoi lavori solistici. Il drumming di Dei Rossi ben si collega all’impianto totale per calore e pertinenza dinamica.
Senz’altro più pregi che imperfezioni. Unico neo, i testi non sempre ispirati, o meglio: il prestigioso apporto di Maurizio Monti pare staccato dalla dinamica di gruppo. Manca ancora una sintonia lirica a cui Le Orme ci hanno abituato da sempre.
D’altra parte si ha l’impressione che Le Orme abbiano scelto di dare molto più spazio alla vena strumentale rispetto a quella canora, forse perché su quest’ultimo versante si viene a toccare un punto delicato. E la scelta di consegnare le parti cantate al vocalist dei Metamorfosi Jimmy Spitàleri non appare né posticcia, né forzata. Si tratta di un timbro dotato di una concreta personalità autonoma. Anzi, rispetto ai tempi di Inferno, l’ugola è dotata di maggiore controllo. Uno Spitàleri lirico e, al tempo stesso, potente e, per fortuna, non più retorico.
Alla fine dei giochi, mi viene spontaneo il parallelo con un altro CD di qualche anno fa, firmato da un complesso storico. Mi riferisco a Marco Polo dei Latte e Miele. Le telepatie - musicali e contenutistiche - sono numerose (l’aura sinfonica e il tema del viaggio in Oriente). Detto questo, però valga un consiglio. Ascoltate La Via della Seta senza troppe pretese dietrologiche. Ascoltatelo e basta. Confrontare, serve a poco. Gli spunti brillanti abbondano. Certo: c’è un percorso diverso che trova la sua forza nelle polifonie tastieristiche di Bon, nelle articolazioni percubatteristiche di Dei Rossi e nel sostegno ritmico-sonico di Trentini. Al trio si aggiunga un interprete vocale di peso e di carattere come Jimmy Spitàleri. Altri passi, altre orme.
© Riccardo Storti


Continua...

Altri spazi

Vai al Blog del CSPI

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può, pertanto, considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Le informazioni ed i testi inseriti sono forniti esclusivamente a titolo indicativo.

  © Blogger templates Newspaper by Ourblogtemplates.com 2008

Back to TOP