MARCELLO CAPRA Fili del tempo - di Riccardo Storti

24 ottobre 2011

La chitarra di Marcello Capra non è proprio uno strumento musicale. Direi che è più uno strumento di viaggio. Sì, perché il musicista piemontese ci ha ormai abituato da tempo a salire sulle corde della sua acustica, invitandoci a seguirlo per le strade tracciate ai bordi di un atlante pentagrammato.

Ciò è quanto capita anche nell’ultimo lavoro Fili del tempo (Electromantic, 2011), vera e propria collezione di rotte sonore, arricchite dalla supervisione di Beppe Crovella (qui impegnato pure come sessionman all’Hammond e alle tastiere). C’è un Mediterraneo un po’ californiano (Dreaming of Tinder), l’Argentina tanguera (Astor), il Brasile samba-fusion (Irio), Napoli (Danzarella) e vertici di un Oriente estremo in tutti i sensi (For Tibet). I fili del tempo, però, una volta riannodati, mettono in luce i ricordi: così si spiega la cover dei Cream (dall’originale di Skip James) So Glad e il medley-tributo alla Frontiera dei Procession. I felici movimenti ritmico-armonici della chitarra di Capra creano ulteriori episodi di un virtuosismo creativo mai fine a se stesso (la title track), incoraggiando varianti etniche per spunti blues (Standby) o accogliendo suggestioni – tanto vivaci quanto semplici – rivolte ad Est (Un sogno lucido).
Ma l’intuizione più brillante alla base di Fili del tempo va ricercata nel ritorno di Silvana Alliotta, voce storica dei Circus 2000, che
in più tracce presta il proprio canto. Immutato per qualità ed entusiasmo. Anzi, c’è qualcosa di più. Negli anni Settanta il timbro della Alliotta venne spesso affiancato a quello di Grace Slick dei Jefferson Airplane. Un complimento, però anche una condanna, se vogliamo… E proprio nell’opener Dreaming of Tinder il fattore Slick si rifà vivo. In So Glad il pertinente inserimento dell’Alliotta è la ciliegina sulla torta. Il culmine nei vocalizzi jazz carioca di Irio: una vis interpretativa inarrestabile e, al contempo, controllata e, presi dal groove, ci chiediamo perché l’Alliotta non sia diventata la nostra Shelley Bassey. A pennello l’ultimo cameo in For Tibet: la cantante lascia che la chitarra di Capra le apre la strada ed, al momento, fa il suo ingresso. Una voce, poi un’altra, dentro il fascino della sovraincisione, con un andamento melodico a spirale, in un metamorfico blues sciamanico, bloccato all’ìmprovviso dal pedale di Silvana e l’ “altra”.
© Riccardo Storti

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VITTORIO DE SCALZI Gli occhi del mondo - di Riccardo Storti

15 ottobre 2011

Vittorio De Scalzi è l’unico artista veramente in grado di dare voce e musica all’ineffabile mondo poetico di Riccardo Mannerini. “Ineffabile”. Fa specie usare questo aggettivo, per la poesia. Ineffabile. Impossibile da raccontare. Eppure la parola – in poesia – è tutto. Quando poi si scende (o si sale) per colorare con i suoni i versi, il rischio di una banale implosione per corto circuito è dietro all’angolo. Se il musicista decide di avvicinarsi al poeta, deve – come minimo – sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, cogliere quell’orizzonte che non sempre lo spartito ti consente.

Ma Vittorio De Scalzi è una vita che gira per i caruggi di Mannerini. Ci si infilò la prima volta nel 1968 con i New Trolls, complici De André e Gian Piero Reverberi, per Senza orario senza bandiera. Un contatto artistico mai cessato e, al tempo stesso, una consonanza tra i metri manneriniani e la facilità compositiva sull’arco melodico di De Scalzi.

Finalmente, ora, ci siamo. Dopo la brillante uscita zeneise del 2009 (Mandilli), De Scalzi, in collaborazione con il cantautore Marco Ongaro, ha pubblicato Gli occhi del mondo (produzione Aereostella).
Selezionando dal canzoniere di Mannerini, De Scalzi ci presenta una galleria di personaggi che vivono di sentimenti- spesso estremi - in un’atmosfera di magica quotidianità: la gelosia di Gionata Orsielli, la solitudine di Isabella Eggleston, l’educazione distratta di un Serial Killer colto nell’atto di uscire da un forno con “in mano il sacchetto del pane”, l’amore “stordito” di Martina di marzo “incerta sui tacchi fra incerti lampioni”. Scorrono veloci gli incubi di un crudele desiderio prenatale (Il ritorno) e agili trasfigurazioni evangeliche (12 pescatori), in fondo ad una geografia esistenziale tutta da riscrivere (Senza una voce), tracciando rotte attraversi temi sensibili quali il suicidio (Tante gocce), la giustizia (La corte), gli affetti più intimi (L’ultimo altare) e il senso della vita (Gli occhi del mondo).
Il tessuto musicale procede di pari passo con lo spirito delle liriche. È il De Scalzi compositore fine e maturo delle melodie di The Seven Seasons e di Mandilli, ma che non esita a personalizzare su diversificati stili di ballad: blueseggiante (Il ritorno), country-western (Gionata Orsielli, Serial Killer), mediterranea (Senza una voce), beatlesiana (Isabella Eggleston… con un mellotron alla Strawberry Fields Forever), italiana doc (Tante gocce), easy-listening (Sera sul mare), soul (Martina di marzo). Alcune canzoni (L’ultimo altare e Gli occhi del mondo) si conferma un ulteriore naturale allineamento con il De André di Anime salve e il Fossati anni Novanta. Un pizzico di Chicago con lo spirito saltellante di Le Roi Soleil, sostanzia il profilo melodico-ritmico de La corte, in mezzo al divertito e divertente gioco declamazioni forensi (voce dell’attore Corrado Tedeschi) e di staccati. Il rock, invece, a gamba tesa con una teoria di riff, stacchi e accordi pieni, spezzando la tenue atmosfera di 12 pescatori.
De Scalzi canta, suona pianoforte, piano elettrico, chitarre (classica e acustica), sintetizzatori e mellotron ed è accompagnato dal fedele Andrea Maddalone alla chitarra elettrica (molto bensoniano…), dal bassista Massimo Trigona (noto sessionman genovese che qualcuno di voi avrà visto sul palco de La Claque con Il Picchio Dal Pozzo) e dal batterista jazz Enzo Zirilli (ha suonanto con Moroni, Tavolazzi, Pieranunzi, Rolff). Tra i musicisti ospiti: Franz Di Cioccio della PFM (batteria nella seconda versione de Il ritorno), la White Light Orchestra (il trio d’archi degli Gnu Cabrera, Izzo e Rebaudengo), il chitarrista Paolo Bonfanti, il fisarmonicista rumeno Nani Tudor, il fiatista Edmondo Romano e il mandolinista Martino Coppo.
Un po’ come i protagonisti di Sera sul mare, Mannerini, De Scalzi e Ongaro diventano “ricettatori di stelle” che “aprono i loro armadi fra le nubi”, mentre “il nostro cuore tenta a buon mercato di comprarsi un sogno”. Un CD, come questo, può bastare. Quando si dice una medicina per l’anima.

© Riccardo Storti

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LE ORME La Via della Seta – di Riccardo Storti

5 settembre 2011

Prima l’attesa, poi la curiosità. Ogni volta che esce un nuovo disco di una band “fondativa” del progressive italiano, l’attenzione è ai massimi livelli. Figuriamoci poi se questo gruppo si chiama “Le Orme”. Inoltre, tenuto conto delle svariate vicissitudini degli ultimi due anni, alla notizia di questa nuova pubblicazione, gli appassionati hanno avuto modo di vedersi raccontato – in musica – un ulteriore capitolo. Ma, come è nostro costume, qui si parla e si scrive di note; il resto non ci appartiene, anche perché l’unico dato che abbiamo tra le mani è un CD che attende di essere, prima di tutto, ascoltato. Però la questione di fondo resta ed è inutile girarci in giro o celarsi dietro ad dito. Ma come saranno Le Orme, per la prima volta, senza la voce e la presenza di Aldo Tagliapietra? Credo sia onesto chiedercelo. Ma pari onestà si impone necessaria durante l’ascolto. Che parli la musica.

L’idea di fondo- grazie all’imbeccata produttiva di Guido Bellachioma – possiede un indubbio fascino: un concept album sulla Via della Seta, considerata alla stregua di una categoria geo-esistenziale in grado di mettere in comunicazione l’Oriente con l’Occidente e viceversa. La sceneggiatura trova modo di essere immersa in un plot sonoro dalle coordinate ben fedeli alla connaturata vena sinfonica (Verso Sud, Incontro dei popoli). Il lavoro di scrittura tastieristica di Michele Bon si rivela pertanto ben strutturato di rimandi tanto al tratto emersoniano (l’attacco di L’alba di Eurasia, il pianismo di Mondi che si cercano, il simil bolero della title track, così Abadon) quanto ai Genesis (29457. L’asteroide di Marco Polo). Va aggiunto che La Via della Seta non subisce passivamente la seduzione degli anni Settanta ma denota sonorità molto più vicine al neoprog contemporaneo (Il romanzo di Alessandro, Una donna). Ovviamente la tradizione ormistica è viva soprattutto in alcuni ariosi temi, il cui modello potrebbe essere ricondotto composizioni sulla falsariga di Maggio (Serinde, La prima melodia e Xi’an-Venezia-Roma). Da non trascurare l’apporto del bassista Fabio Trentini: qua e là (penso al preludio di Serinde, prima della frase di moog) si percepiscono alcuni precisi marcatori vicini al sound di alcuni suoi lavori solistici. Il drumming di Dei Rossi ben si collega all’impianto totale per calore e pertinenza dinamica.
Senz’altro più pregi che imperfezioni. Unico neo, i testi non sempre ispirati, o meglio: il prestigioso apporto di Maurizio Monti pare staccato dalla dinamica di gruppo. Manca ancora una sintonia lirica a cui Le Orme ci hanno abituato da sempre.
D’altra parte si ha l’impressione che Le Orme abbiano scelto di dare molto più spazio alla vena strumentale rispetto a quella canora, forse perché su quest’ultimo versante si viene a toccare un punto delicato. E la scelta di consegnare le parti cantate al vocalist dei Metamorfosi Jimmy Spitàleri non appare né posticcia, né forzata. Si tratta di un timbro dotato di una concreta personalità autonoma. Anzi, rispetto ai tempi di Inferno, l’ugola è dotata di maggiore controllo. Uno Spitàleri lirico e, al tempo stesso, potente e, per fortuna, non più retorico.
Alla fine dei giochi, mi viene spontaneo il parallelo con un altro CD di qualche anno fa, firmato da un complesso storico. Mi riferisco a Marco Polo dei Latte e Miele. Le telepatie - musicali e contenutistiche - sono numerose (l’aura sinfonica e il tema del viaggio in Oriente). Detto questo, però valga un consiglio. Ascoltate La Via della Seta senza troppe pretese dietrologiche. Ascoltatelo e basta. Confrontare, serve a poco. Gli spunti brillanti abbondano. Certo: c’è un percorso diverso che trova la sua forza nelle polifonie tastieristiche di Bon, nelle articolazioni percubatteristiche di Dei Rossi e nel sostegno ritmico-sonico di Trentini. Al trio si aggiunga un interprete vocale di peso e di carattere come Jimmy Spitàleri. Altri passi, altre orme.
© Riccardo Storti


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MASSIMO COLOMBO & FELICE CLEMENTE Doppia traccia - di Riccardo Storti

30 agosto 2011

È sempre un estremo piacere avere la fortuna di accedere – di tanto in tanto – nel giardino sonoro del pianista jazz Massimo Colombo. In questa sua recente Doppia traccia (Crocevia di Suoni Records, 2010), Colombo si avvale della compagnia di Felice Clemente al sassofono soprano . Il duo firma per intero il CD, benché il fiatista compaia per 4/5 delle composizioni presentate. Le “due tracce” a cui si fa riferimento, riguardano due mondi musicali, apparentemente lontani tra loro: il jazz e la musica classica. Come lo stesso Colombo mette in evidenza nelle note di copertina, il milieu proposto contiene brani jazz per pianisti classici curiosi oppure pezzi dalla severità classica da alleggerire con una buona dose di swing. Dipende quale punto d’ascolto si decida di selezionare.

In realtà, Colombo mi suggerisce ad un approccio molto più libero, ma non per questo “incosciente”. Mi spiego meglio: partiamo subito dai 9 Notturni che subito si diffondono dalle casse del nostro stereo, appena inseriamo il CD nel lettore. Colombo ci avverte che la fonte di ispirazione è Chopin. Ma – per favore – non vestiamo i panni pedanti del filologo per forza; semmai fiutiamo il mood che tra gli arpeggi del pianoforte e le sinuosità sensuali del sax si dipana nota dopo nota. E ci accorgiamo, quasi per magia, che questo apocrifo Chopin punta a Bill Evans, sembrando un impressionista offshore oltre Debussy. Però, sotto sotto, da appassionato del prog italiano anni Settanta, percepisco le tenui atmosfere di un altro duo, quello di Franco D’Andrea e Claudio Fasoli nei Perigeo.
In Duo fantasia è, invece, interessante notare come i vari assi portanti si intersichino in un quadro di notevole complessità. Il tempo è jazz (si parte con un contagioso 5/4) così come gli spread improvvisativi del sax, ma la tenuta orchestrale del pianoforte non si schioda dalla solida architrave contrappuntistica, quella che garantisce una meccanicità per nulla fredda, semmai naturalmente rigorosa con balzi extratonali dalle simpatie novecentesche.
L’insaziabile tono e La linea di spago tentano quasi un recuoero della forma sonata in ambito jazz: esposizione, sviluppo e ripresa ma attraverso il quid di un’estemporaneità calcolata. Lo scambio di frasi tra i due attori, rasenta una sorta di concertismo da toccata, al di fuori del tempo e del genere. Se in L’insaziabile tono risulta più evidente il gioco della libera dissonanza, in La linea di spago prevale la ricerca di una probabile melodia composto, scomposta e ricomposta secondo un continuo scavalcamento di frontiere musicali.
Per il piano solo, Colombo si ritaglia un mazzo di deliziose miniature dal titolo evocativo, Immagini. Velocissimi ritratti di sensazioni che spaziano dal blues (Microbico blues, Sardonico, Quante quinte) alla musica popolare (il Sud America carioca di Brasiliando, gli iberismi di Madrid, un Ex etnico che sa tanto di bartokiano microcosmo magiaro) attraverso ipotetici omaggi (Il sorriso di Ada dalla seducente trama contrappuntistica; Pat and Lyle riferita a Metheny e Mays, To McCoy, il barocco da colonna sonora minimalista di Corale pop), quadretti con soggetto (Il gatto nel piano, La fuga del pinguino assai brubeckiana, la quasi romantica Il destino dell’oca) e varietà temporali (Semplice tre, le scale veloci di Spedito e condito).
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THREE MONKS Neogothic Progressive Toccatas - di Riccardo Storti

12 luglio 2011

Superiamo la – pur affascinante – scenografia gotica di copertina, nome della band e titolo del CD. E andiamo ben oltre le tentazioni limitanti dei paragoni prog. Un trio di “monaci” buiovestiti. Trio prog tastiere, basso e batteria. Alt, occhio, anzi orecchio. Una tastiera e, nella fattispecie, un organo a canne, please. Vabbé. Restiamo al trio? Così scorre – in testa, ma meno nei padiglioni auricolari – la pletora di probabili riferimenti: dagli E.L. & P. alle Orme collagesque, dai Quatermass ai primi Latte e Miele. No, signori, siamo fuori strada. O meglio: per comodità analogica (e di etichette), possiamo anche crederlo, ma, alla fine, perdiamo la vera percezione di questo particolarissimo album che, non solo merita attenzione, ma soprattutto una discreta precisione – come dire? – critica.

Line-up… Start-up: Three Monks è, prima di tutto, un trio aretino formato da Paolo Lazzeri all’organo ecclesiastico, Maurizio Bozzi al basso e Roberto Bichi alla batteria (sostituito, però, in due brani, da Claudio Cuseri).
Arriviamo alla sostanza, allora: Neogothic Progressive Toccatas (Black Widow Records su licenza Drycastle) è, prima di tutto, un particolarissimo esperimento sonoro volto a mettere in luce le immense capacità timbriche dell’organo a canne all’interno di un layout ritmico-dinamico rock. L’esito è indubbiamente progressive. Elenchi di band e compositiori in ambito popular si sono divertiti ad inserire lo strumento nel rock: oltre agli esempi già citati, inserirei Tony Carnevale, Par Lindh, Triumvirat, Rustichelli e Bordini, The Trip, i Goblin, Jacula, il Battiato di Canto fermo (in M.elle le Gladiator). La funzione di tale scelta sonora? Beh, il recupero di una certa patina arcaica ma nobiltata dalla nobile tradizione magistrale di Johann Sebastian Bach. Chi non conosce la Toccata e fuga in re minore BWV 565 ? Poi una distorsione culturale – probabilmente prodotta dal fatto che il suono dell’organo si associa spesso a musiche per occasioni solenne, non esclusi i funerali – ha fatto nascere il mito gotico dello strumento, sfruttatissimo nel making di colonne sonore horror (vedi Profondo rosso).
Ma nessuno si era spinto a tanto, ovvero dedicare integralmente all’organo a canne un intero album rock, per di più tutto strumentale. Ecco perché vale la pena procedere oltre le apparenze. Le composizioni raccontano anche delle storie di organi, come quello nella cattedrale di Magdeburgo (rasa al suolo durante i bombardamenti alleati della Seconda Guerra Mondiale: lo strumento – un tempo tanto amato da Franz Liszt – è stato ricostruito nel 2009) o quello nella Basilica di Waldsassen o quello dell’Abbazia di San Florian (dove si trovano le spoglie del compositore austriaco Anton Bruckner). Attraverso le dediche e la narrazione, scopriamo che in ogni epoca si è composta musica per organo. Perché non farlo ancora oggi e in un ambito diverso?
Così in Progressive Magdeburg Lazzeri si lancia in una serie di raffinati fugati, ben assimilabili all’impianto ritmico del basso e della batteria, con sforbiciate metriche dal sapore “dispari”. Disco tradizionale fino in fondo, visto il recupero – a tratti “severo” – della scuola barocca europea attraverso lo stile libero della Toccata, secondo un restyling moderno (il riferimento è alle due Toccate Neogotiche, la n. 1 e la n. 7). Di non dissimile fattura anche l’elaborata Herr Jann, tributata al costruttore di organi Georg Jann: la composizione mostra un acume contrappuntistico che contagia anche le figurazioni ritmiche di basso e batteria in un vivace caleidoscopio di tensioni armoniche, talvolta rese ancora più nebulose da cambi di tempo, suggestivi accordi dissonanti e peculiari interludi in contrasto con il generale schema dinamico della traccia.
Neogothic pedal solo, invece, sembra apparentemente scostarsi dagli altri brani, sia per l’incipit di un coro monastico , sia per l’assolo di basso; ma, nella terza parte, l’arrivo dell’organo sembra quasi glossare i contenuti esposti fino a quel punto da i due interventi fissati come preludio. Non poteva mancare un omaggio ai Goblin: i Three Monk ricreano Profondo Rosso ma in una prospettiva classica, ovvero sfruttando il modulo del tema con variazioni.
Neogohic Progressive Toccatas, più che uno dei tanti fenomenali prodotti progressive, è, in primis, un’avventura acustica da affrontare senza pregiudizio alcuno e con la curiosità di scoprire una storia musicale che sembra scorgibile dietro l’angolo ma che in realtà porta assai lontano nello spazio e nel tempo. Il veicolo è proprio quell’organo da chiesa, scritto negli spartiti di Bach e Buxtehude, poi riabilitato romanticamente da Liszt, Reubke, Bruckner, Franck, Saint-Saëns (a proposito, questo esperimento mi ricorda molto quello che il francese tentò con la coraggiosa Sinfonia n. 3…) e Reger, quindi balzato fuori dalla recherche classico-progressive di Emerson, Simonetti e Vescovi. Paolo Lazzeri è “solo” l’ultimo monaco amanuense che, con pazienza certosina ed entusiasmo benedettino, ha ripreso la pulizia dei registri e delle canne.
© Riccardo Storti

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WICKED MINDS Visioni, deliri e illusioni (Tribute to Italian Prog) di Riccardo Storti

11 luglio 2011

Misurarsi con alcuni classici del progressive italiano, magari personalizzando il tutto con una bella iniezione di hard rock. Ecco la scommessa – fattasi ricetta – dei piacentini Wicked Minds che, con questa nuova uscita (pubblicata dalla Black Widow di Genova), hanno voluto (anche loro) omaggiare i 40 anni del movimento musicale tricolore.
Una gestazione maturata dal 2007 ad oggi, periodo in cui la band ha studiato i pezzi ed innescato stimolanti confronti con alcuni dei protagonisti diretti di quelle memorabili tracce. Una bella soddisfazione potere rivivere pietre miliari in compagnia dei vari Martin Grice, Lino Vairetti, Aldo Tagliapietra, Antonio Bartoccetti e Stefano “Lupo” Galifi.

I Wicked Minds si sono, da sempre, mostrati una band solida votata alla connessione vintage tra hard rock e psichedelia, pertanto il gesto di confrontarsi con la storia musicale dei nostri anni Settanta ha consentito loro di dimostrare ulteriormente la compattezza del collettivo. Pertanto, guai a toccare soprattutto l’impianto strumentale, mosso – per questo preciso episodio discografico – da una notevole ed encomiabile precisione filologica.
Il risultato è assai buono nella riproduzione di hit come Caronte I di The Trip, L’uomo degli Osanna (con Vairetti vocalist), Dentro me (una rarità di Dietro Noi Deserto con Bartoccetti alla chitarra) e l’hendrixiana Farfalla senza pois dei Gleemen (convincente l’impronta del cantante J.C. Cinel: qui è nel suo).
In due casi la qualità della resa supera addirittura l’originale: mi riferisco a Figure di cartone de Le Orme e alla suite di Zarathustra del Museo Rosenbach, grazie, soprattutto, all’inserimento delle voci di Aldo Tagliapietra e di Lupo Galifi. In particolar modo ispirato, il canto di Lupo non perde né pelo né vizio, per merito di un’affinità sonora marcata sul piano della “durezza” dinamica. Wicked Minds e Galifi si sono proprio trovati… (non me ne vogliano gli amici de Il Tempio delle Clessidre).
Ma non tutte le ciambelle vengono con il buco. Prendiamo il duplice cameo della bravissima Sophya Baccini: azzeccatissima in Io, la strega dei Circus 2000, ma non a suo agio alle prese con quell’inarrivabile capolavoro dei New Trolls che è La prima goccia bagna il viso. Sarà che la voce di Nico Di Palo è un gigantesco brand ineludibile, foriero di una drammaticità che, nell’interpretazione lirica della Baccini, viene a sfumare. Non è una questione di tecnica, anzi, probabilmente, qui ce n’è troppa rispetto all’originale dei New Trolls. Forse, in alcuni punti (“Tu che sei lassù…”), sarebbe bastata una duplicazione delle voci in funzione corale (se non altro per salvare lo spirito New Trolls).
Così come in Dio del silenzio dei Delirium, la voce di J.C. Cinel è assolutamente fuori posto, poi, per fortuna, arriva il sax baritono di Martin Grice a salvare capra e cavoli. Stessa percezione per il medley dedicato a La Nuova Idea (un mix da Mr. E. Jones e Clowns): fedeltà irraggiungibile di chitarre, tastiere, basso e batteria ma spettro “corale” poco brillante, a tratti piatto, se non – talvolta - calante.
Meglio la cantante di ruolo del gruppo, Monica Sardella, alle prese con Un posto de Il Balletto di Bronzo (eccellenti gli arrangiamenti organistici di Paolo Negri) e con Un villaggio, un’illusione di Quella Vecchia Locanda. Ma il compito più difficile si palesava dalle parti de La carrozza di Hans della PFM (chiusa dal tema di Impressioni di settembre). E la ragazza non se l’è cavata male, grazie anche al coraggioso tentativo di offrire un’interpretazione non proprio sovrapponibile all’originale.
In sostanza, il lavoro dei Wicked Minds è altamente positivo, se non addirittura strabiliante, sul fronte delle scelte e degli esiti strumentali, però risulta, invece, penalizzato da sbavature sul piano di alcune opzioni vocali che avrebbero meritato una maggiore ponderatezza “registica”.

© Riccardo Storti



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SAINT JUST AGAIN Prog Explosion - di Riccardo Storti

10 luglio 2011

Sarebbe un errore vedere, o meglio, ascoltare questa Prog Explosion (Raro!, 2011) come – semplicisticamente – il nuovo album di Jenny Sorrenti. Significherebbe, in sostanza, non avere capito la reprise di una sigla storica del progressive italiano, i Saint Just di cui Jenny ne incarna l’anima e l’animo. Indicativo quell’ “Again” posto a fianco del brand, quasi a comunicare un “dove eravamo rimasti”.

Va subito sottolineato che, comunque, esclusa Jenny, non è presente nel disco nessuno degli storici componenti dell’ensemble, ma l’operazione resta intrigante, seria, stimolante e per nulla nostalgica. La voce di Jenny è il tessuto connettivo di un plot ordito su 7 composizioni di un progressive rock maturo e attuale, figlio di esperienze pregresse, accresciuto dall’importante presente transgenerazionale di validissimi musicisti (su tutti il percubatterista Marcello Vento, ormai da decenni fiancheggiatore dei lavori della Sorrenti).
La compositrice celtico-napoletana segna uno stacco timbrico con le produzioni passate prediligendo una band elettrica, quindi un suono più poderoso, sostanzialmente rock. Non solo: tra mille atmosfere chiaroscurali, alcuni episodi vicini all’improvvisazione restituiscono all’ascoltatore quel clima unico e tipico del Napule Power. L’opener Il cercatore ne è un chiaro esempio appena la chitarra di Elio Cassarà e l’Hammond di Ernesto Vitolo si lanciano in un paio di momenti solistici sorretti da una ritmica quasi heavy, mentre Jenny vocalizza senza sosta.
E la marca “progressive” sta proprio lì, in quell’autenticità volta ad alternare attacchi hard a sezioni più evocative e rilassanti, come nelle articolazioni complesse di Depressione cosciente, dove la vis improvvisativa della band (eccola, sì, again) conduce il comparto virtuoso (Vitolo al synth e Cassarà alla sei corde) in inaspettati territori fusion, per chiudere con un accordo pieno, ma su un’altra tonalità. Idem si potrebbe asserire per l’incipit infiammante di Ai bordi: l’Hammond di Vitolo dà un “la” alla Deep Purple da cui si dipanano stati d’animo musicali dalle imprevedibili evoluzioni tra scale orientali e schegge di pianismo jazz.
L’afflato etnico emerge ancora meglio tra le contaminazioni di Fuga da ogni gabbia e della title track (da qui messere si avverte il passaggio vocale di Francesco Di Giacomo): c’è un po’ il clima degli Area e degli Osanna di Palepoli ma con una strana iniezione di “heavy” mediterraneo che potrebbe trovare consensi entusiastici tra gli aficionado di Almamegretta e compagni.
Una vena più intima viene invece mantenuta dalle ballad Ad occhi aperti(dopo Morfeo) (ma quanto onirismo impressionistico c’è nelle note riverberate di un piano elettrico Fender Rhodes?) e Giganti (una Laurie Anderson a Mergellina sul sentiero di tastiere very minimal?).
Il recupero del progetto è convincente, proprio perché non guarda indietro o non cerca di rintracciare (solo) gli affittuari della “casa del lago”. È, prima di tutto, un tassello in più nella carriera artistica di Jenny Sorrenti in prospettiva di una chiave collettiva sempre più aperta, affinché le musiche si incontrino e si riproducano (anche geneticamente).

© Riccardo Storti

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RED ONIONS Diario di un uomo qualunque - di Mattia Scarsi

21 giugno 2011

Attivi da più di sette anni, nei quali come tutti coloro che vogliono emergere, si sono fatti le ossa negli scantinati e sui palchi della micro-provincia, i perugini Red Onions presentano il loro primo lavoro in studio dal titolo Diario d’un uomo qualunque, un concept album che attraverso le 11 tappe musicali, riporta gli appunti e gli spunti raccolti durante il periglioso periplo dentro se stessi.

Il soffritto di base proposto dalle Cipolle Rosse è composto per lo più da un rock blues assai granitico che guarda con (giusta e condivisa) ammirazione a grandi gruppi del prog tricolore senza però mai abbracciare del tutto, il tessuto del nostro rock romantico. Non ci sono lunghe suites classicheggianti o segmenti jazzistici, ma piuttosto qualche minuto e rapido squarcio di fantasia che, nella loro musica, sembra fotografare un piccolo accenno di una futura metamorfosi. Per fare un paragone importante, e per dare qualche riferimento a chi fruisce della musica in maniera filologica, ascoltando il Diario, tornano in mente alcuni passaggi dei Jethro Tull, periodo 69/70 (Stand upBenefit) dove, qua e là si poteva già intuire che di lì a poco, al folletto e ai suoi discepoli non sarebbero più bastati i margini canonici di tempo e spazio armonico. Questi spiragli dove affiorano elementi della nostra scuola cantautorale, schegge psichedeliche e atmosfere sulfuree, accrescono la piacevolezza e la curiosità nel continuare a sfogliare le segrete pagine del Diario. Pagine tra le quali fisso degli immaginari segnalibri sulla titletrack, su Epitaffio per la prima morte di un sogno con un ottimo intervento della chitarra elettrica e su Occhio del giorno dove invece troviamo una convincente chitarra acustica. Il rovescio della medaglia (non è un messaggio subliminale) è una qualità del cantato piuttosto carente e soprattutto, esclusi gli episodi sopracitati, la latitanza di melodie appena memorabili che, alla lunga, non fa che acuire la distanza fra il gruppo e l’ascoltatore, affaticato dalla mancanza di incanto. Chiudo con una nota riguardante il linguaggio. Ho ascoltato le parole investito dai flutti dell’album, le ho rilette sulla sponda cartacea e muta del silenzio. Quello fatto con i testi, è un lavoro che il sottoscritto non può che apprezzare: su chiunque intraprenda il sentiero della musica, soprattutto di un certo genere, incombe la benedetta maledizione della lingua italiana, calamita e calamità per chi si accinge a comporre nella lingua che fu del Manzoni. I Red Onions ne escono col merito di aver tentato nuove sfumature, iniettando tensione, fuggendo l’archetipico sciame di aggettivi senza attributi, inseminando le loro liriche di mistero, allusione e criptico criticismo. Questo è senz’altro un punto di forza da cui ripartire e crescere. [M.S.]

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Finardi precursore di un blues italiano? - di Gianni Martin

30 gennaio 2011

Due ore imbevute di musica, parole e racconti, intervallate da sciami di applausi e una standing ovation finale contraccambiata da un’ulteriore perla. Lui sul palco da solo per cantare Favola.

Eugenio Finardi nella sua esibizione del 22 novembre 2010 al Teatro Candoni di Tolmezzo ha davvero stregato la Carnia.
Oltre 500 persone ammaliate da un concerto unico e allo stesso tempo maculato grazie alla sua ultratrentennale carriera. C’è Voglio per aprire la serata, quindi il saluto a quel Friuli incarnato in gioventù nella sua balia Luisa da Palmanova, Gigiute e poi le presentazioni di rito per la sua stupefacente orchestra, con l’innesto dell’ultimo minuto (Tony De Gruttula, alle chitarre al posto dell’acciaccato Max Carletti), quindi Paolo Gambino al pianoforte e tastiere, Federico Ariano alla batteria e percussioni, Stefano Profeta al basso elettrico e contrabbasso. Bando alle parole e a qualche problemino all’impianto, Finardi lancia Le ragazze di Osaka, seguita a ruota da Dolce Italia. Il cantautore milanese rievoca la sua storia, ammette di essere stato fortunato con la prima etichetta di Battisti e Mogol, l’incontro con Demetrio Stratos, l’amicizia di De Andrè rievocata in Verranno a chiederti del nostro amore. Il pubblico scopre il giovane Finardi innamorato di Katia e di un palcoscenico dal quale non vorrebbe scendere mai, ma anche il Finardi precursore del blues in Italia, in anni in cui «mai si sarebbe pensato che 40 anni dopo fosse normale per un nero diventare presidente degli Stati Uniti». Via lo sgabello perchè è tempo di Extraterrestre, il più applaudito dal pubblico che inizia a sciogliersi. Nemmeno il tempo di rifiatare, di nuovo l’amore ma anche lo sguardo alla politica internazionale, con quel Finardi impegnato agli albori delle lotte per i diritti civili grazie ad Afghanistan, che a 25 anni di distanza gli fa dire «le guerre rimangono sempre quelle, quello che cambia sono le stronzate che ci raccontano per giustificarle». Non dimentica Soweto, rispolvera la rarità Ginnastica interpretando il dissidente russo Vysotsky e si rivolge a Dio con Uno di Noi. Il gran finale non delude i fans, La Radio e Musica ribelle che richiederebbero non poltrone ma spazi aperti per dimenarsi. [G.M.]

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