Finardi precursore di un blues italiano? - di Gianni Martin

30 gennaio 2011

Due ore imbevute di musica, parole e racconti, intervallate da sciami di applausi e una standing ovation finale contraccambiata da un’ulteriore perla. Lui sul palco da solo per cantare Favola.

Eugenio Finardi nella sua esibizione del 22 novembre 2010 al Teatro Candoni di Tolmezzo ha davvero stregato la Carnia.
Oltre 500 persone ammaliate da un concerto unico e allo stesso tempo maculato grazie alla sua ultratrentennale carriera. C’è Voglio per aprire la serata, quindi il saluto a quel Friuli incarnato in gioventù nella sua balia Luisa da Palmanova, Gigiute e poi le presentazioni di rito per la sua stupefacente orchestra, con l’innesto dell’ultimo minuto (Tony De Gruttula, alle chitarre al posto dell’acciaccato Max Carletti), quindi Paolo Gambino al pianoforte e tastiere, Federico Ariano alla batteria e percussioni, Stefano Profeta al basso elettrico e contrabbasso. Bando alle parole e a qualche problemino all’impianto, Finardi lancia Le ragazze di Osaka, seguita a ruota da Dolce Italia. Il cantautore milanese rievoca la sua storia, ammette di essere stato fortunato con la prima etichetta di Battisti e Mogol, l’incontro con Demetrio Stratos, l’amicizia di De Andrè rievocata in Verranno a chiederti del nostro amore. Il pubblico scopre il giovane Finardi innamorato di Katia e di un palcoscenico dal quale non vorrebbe scendere mai, ma anche il Finardi precursore del blues in Italia, in anni in cui «mai si sarebbe pensato che 40 anni dopo fosse normale per un nero diventare presidente degli Stati Uniti». Via lo sgabello perchè è tempo di Extraterrestre, il più applaudito dal pubblico che inizia a sciogliersi. Nemmeno il tempo di rifiatare, di nuovo l’amore ma anche lo sguardo alla politica internazionale, con quel Finardi impegnato agli albori delle lotte per i diritti civili grazie ad Afghanistan, che a 25 anni di distanza gli fa dire «le guerre rimangono sempre quelle, quello che cambia sono le stronzate che ci raccontano per giustificarle». Non dimentica Soweto, rispolvera la rarità Ginnastica interpretando il dissidente russo Vysotsky e si rivolge a Dio con Uno di Noi. Il gran finale non delude i fans, La Radio e Musica ribelle che richiederebbero non poltrone ma spazi aperti per dimenarsi. [G.M.]

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