PERIFERIA DEL MONDO Periferia del mondo - di Mattia Scarsi

5 aprile 2012

Dopo essere stata rimasterizzata dalle sapienti mani di Paolo Iafelice, già curatore dell’ultimo studio album di Fabrizio De Andrè, esce per Aereostella, la ristampa di Periferia del Mondo, terzo lavoro dell’omonima band romana. Prima di tuffarmi con voi nelle onde sonore dell’album, ci tenevo a dire qualcosa dalla riva, sperando di sapermi far comprendere. Ci provo: l’etimologia, ricetta di antiche radici, arcano e volatile incantesimo, è in realtà una disciplina concreta che scrive sul volto di ogni parola, quanta e quale vita ha vissuto. Quando viene al mondo la parola periferia significa il portare intorno, il rendere partecipi altri non tenendo tutto per sé. Col passare dei secoli il significato si è modificato in parte ed oggi, definiamo periferia, ciò che dista dal centro di una cosa. Fra il seme primigenio e il frutto maturo c’è l’intima scintilla che ci illumina: la vedete? La musica che viene al mondo per essere ascoltata e condivisa è il centro, il cuore. Chi fa musica porta (intorno a sé) questa scintilla.

Come nella nostra circolazione il sangue (la vita) viene spinto dal centro del cuore, andando ad irrorare tutte le importanti province (periferie)del nostro organismo. Pensate ai miliardi di spartiti sdraiati sui leggii del mondo: che ne sarebbe di loro senza i “periferici”, ossia senza coloro che se ne fanno portatori? Periferia del Mondo non è solo il titolo di questo lavoro, non è soltanto il nome di questo gruppo, bensì è il loro cammino, la loro missione.
Da questa missione riparte la band romana composta da Papotto, Braico, Tommasi, Vegliante e Zito con un lavoro che ribolle di idee e di maturità espressiva. Un album dai mille pregi a cominciare dal curatissimo sound, per non dire dell’equilibrio interno che il quintetto riesce a mantenere sempre, nonostante si tratti di musica nomade, di equilibrismi e poliritmie fra il jazz, il rock progressivo e qualche vagheggiamento etnico. La potente tempesta (e quiete) oratoria (oltre 10 minuti) della titletrack, ci spinge in mare aperto mettendoci davanti ai minacciosi flutti hard - rock di Oceani, finché un’onda magica non ci conduce nel bel mezzo di un suq, nell’ agorafobico andirivieni di un mercato del medio oriente, sballottati nella Suite mediterranea. Come detto in apertura, uno dei tanti pregi di questo gruppo è quello di suonare davvero come un gruppo in ogni sezione del disco che scorre nitido come un ingranaggio sempre puntualmente oliato. Il quintetto si muove con dimestichezza anche nella forma canzone dove elargisce melodie carezzevoli come nell’eccellente Chiaroscuro. Tommasi è un chitarrista che impugna con sovrana disinvoltura il suo scettro da cui estrae assolo da brividi o granitici riff come nel caso di Synaestesia, pietra lavica che sembra eruttata dall’infernale fucina di Lord – Blackmore, ai tempi di Fireball. Papotto, qui sorprende tutti con un travestimento vocale, indossando un timbro acuminato e minaccioso che aumenta le scintille della track. Per il resto l’apporto del polistrumentista è la solita congerie di classe, morbidezza ed incisività: basti citare a conferma di ciò il suo assolo di sax che eleva Angeli infranti dallo status di semplice canzone o le due tracce strumentali successive. In Cartoline per il Giappone, sul candido piano di Vegliante, Papotto dà fiato con clarinetto e sax, alla danza di una giovane geisha avvolta in un kimono di sensuale malinconia. Qualche secondo dopo, eccoci in un fumoso night nella Broadway degli anni ’50: loschi individui con lo sguardo imprigionato nel decolté di qualche futura starletta, uomini d’affari, odorosi di potere e misfatti, femmine fatali, mantidi sfrontate e camerieri impomatati che rincorrono laute mance. Il tempo galleggia torbido, come in una pozzanghera, scivolando sulle spazzole di Zito: Piove sul mare è un Coltrane marinato nello scotch. Non servono gli occhiali ma questa è musica in 3D. La nuova composizione Funkats, un accattivante funky che chiude questa ristampa, non aggiunge note di particolare merito ad un album che, dobbiamo dirlo onestamente, poteva e potrà essere migliorato in un solo modo: con un successore all’altezza che porti sempre più la Periferia del Mondo al centro della musica. (Mattia Scarsi)

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MARCELLO CAPRA Fili del tempo - di Riccardo Storti

24 ottobre 2011

La chitarra di Marcello Capra non è proprio uno strumento musicale. Direi che è più uno strumento di viaggio. Sì, perché il musicista piemontese ci ha ormai abituato da tempo a salire sulle corde della sua acustica, invitandoci a seguirlo per le strade tracciate ai bordi di un atlante pentagrammato.

Ciò è quanto capita anche nell’ultimo lavoro Fili del tempo (Electromantic, 2011), vera e propria collezione di rotte sonore, arricchite dalla supervisione di Beppe Crovella (qui impegnato pure come sessionman all’Hammond e alle tastiere). C’è un Mediterraneo un po’ californiano (Dreaming of Tinder), l’Argentina tanguera (Astor), il Brasile samba-fusion (Irio), Napoli (Danzarella) e vertici di un Oriente estremo in tutti i sensi (For Tibet). I fili del tempo, però, una volta riannodati, mettono in luce i ricordi: così si spiega la cover dei Cream (dall’originale di Skip James) So Glad e il medley-tributo alla Frontiera dei Procession. I felici movimenti ritmico-armonici della chitarra di Capra creano ulteriori episodi di un virtuosismo creativo mai fine a se stesso (la title track), incoraggiando varianti etniche per spunti blues (Standby) o accogliendo suggestioni – tanto vivaci quanto semplici – rivolte ad Est (Un sogno lucido).
Ma l’intuizione più brillante alla base di Fili del tempo va ricercata nel ritorno di Silvana Alliotta, voce storica dei Circus 2000, che
in più tracce presta il proprio canto. Immutato per qualità ed entusiasmo. Anzi, c’è qualcosa di più. Negli anni Settanta il timbro della Alliotta venne spesso affiancato a quello di Grace Slick dei Jefferson Airplane. Un complimento, però anche una condanna, se vogliamo… E proprio nell’opener Dreaming of Tinder il fattore Slick si rifà vivo. In So Glad il pertinente inserimento dell’Alliotta è la ciliegina sulla torta. Il culmine nei vocalizzi jazz carioca di Irio: una vis interpretativa inarrestabile e, al contempo, controllata e, presi dal groove, ci chiediamo perché l’Alliotta non sia diventata la nostra Shelley Bassey. A pennello l’ultimo cameo in For Tibet: la cantante lascia che la chitarra di Capra le apre la strada ed, al momento, fa il suo ingresso. Una voce, poi un’altra, dentro il fascino della sovraincisione, con un andamento melodico a spirale, in un metamorfico blues sciamanico, bloccato all’ìmprovviso dal pedale di Silvana e l’ “altra”.
© Riccardo Storti

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VITTORIO DE SCALZI Gli occhi del mondo - di Riccardo Storti

15 ottobre 2011

Vittorio De Scalzi è l’unico artista veramente in grado di dare voce e musica all’ineffabile mondo poetico di Riccardo Mannerini. “Ineffabile”. Fa specie usare questo aggettivo, per la poesia. Ineffabile. Impossibile da raccontare. Eppure la parola – in poesia – è tutto. Quando poi si scende (o si sale) per colorare con i suoni i versi, il rischio di una banale implosione per corto circuito è dietro all’angolo. Se il musicista decide di avvicinarsi al poeta, deve – come minimo – sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, cogliere quell’orizzonte che non sempre lo spartito ti consente.

Ma Vittorio De Scalzi è una vita che gira per i caruggi di Mannerini. Ci si infilò la prima volta nel 1968 con i New Trolls, complici De André e Gian Piero Reverberi, per Senza orario senza bandiera. Un contatto artistico mai cessato e, al tempo stesso, una consonanza tra i metri manneriniani e la facilità compositiva sull’arco melodico di De Scalzi.

Finalmente, ora, ci siamo. Dopo la brillante uscita zeneise del 2009 (Mandilli), De Scalzi, in collaborazione con il cantautore Marco Ongaro, ha pubblicato Gli occhi del mondo (produzione Aereostella).
Selezionando dal canzoniere di Mannerini, De Scalzi ci presenta una galleria di personaggi che vivono di sentimenti- spesso estremi - in un’atmosfera di magica quotidianità: la gelosia di Gionata Orsielli, la solitudine di Isabella Eggleston, l’educazione distratta di un Serial Killer colto nell’atto di uscire da un forno con “in mano il sacchetto del pane”, l’amore “stordito” di Martina di marzo “incerta sui tacchi fra incerti lampioni”. Scorrono veloci gli incubi di un crudele desiderio prenatale (Il ritorno) e agili trasfigurazioni evangeliche (12 pescatori), in fondo ad una geografia esistenziale tutta da riscrivere (Senza una voce), tracciando rotte attraversi temi sensibili quali il suicidio (Tante gocce), la giustizia (La corte), gli affetti più intimi (L’ultimo altare) e il senso della vita (Gli occhi del mondo).
Il tessuto musicale procede di pari passo con lo spirito delle liriche. È il De Scalzi compositore fine e maturo delle melodie di The Seven Seasons e di Mandilli, ma che non esita a personalizzare su diversificati stili di ballad: blueseggiante (Il ritorno), country-western (Gionata Orsielli, Serial Killer), mediterranea (Senza una voce), beatlesiana (Isabella Eggleston… con un mellotron alla Strawberry Fields Forever), italiana doc (Tante gocce), easy-listening (Sera sul mare), soul (Martina di marzo). Alcune canzoni (L’ultimo altare e Gli occhi del mondo) si conferma un ulteriore naturale allineamento con il De André di Anime salve e il Fossati anni Novanta. Un pizzico di Chicago con lo spirito saltellante di Le Roi Soleil, sostanzia il profilo melodico-ritmico de La corte, in mezzo al divertito e divertente gioco declamazioni forensi (voce dell’attore Corrado Tedeschi) e di staccati. Il rock, invece, a gamba tesa con una teoria di riff, stacchi e accordi pieni, spezzando la tenue atmosfera di 12 pescatori.
De Scalzi canta, suona pianoforte, piano elettrico, chitarre (classica e acustica), sintetizzatori e mellotron ed è accompagnato dal fedele Andrea Maddalone alla chitarra elettrica (molto bensoniano…), dal bassista Massimo Trigona (noto sessionman genovese che qualcuno di voi avrà visto sul palco de La Claque con Il Picchio Dal Pozzo) e dal batterista jazz Enzo Zirilli (ha suonanto con Moroni, Tavolazzi, Pieranunzi, Rolff). Tra i musicisti ospiti: Franz Di Cioccio della PFM (batteria nella seconda versione de Il ritorno), la White Light Orchestra (il trio d’archi degli Gnu Cabrera, Izzo e Rebaudengo), il chitarrista Paolo Bonfanti, il fisarmonicista rumeno Nani Tudor, il fiatista Edmondo Romano e il mandolinista Martino Coppo.
Un po’ come i protagonisti di Sera sul mare, Mannerini, De Scalzi e Ongaro diventano “ricettatori di stelle” che “aprono i loro armadi fra le nubi”, mentre “il nostro cuore tenta a buon mercato di comprarsi un sogno”. Un CD, come questo, può bastare. Quando si dice una medicina per l’anima.

© Riccardo Storti

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LE ORME La Via della Seta – di Riccardo Storti

5 settembre 2011

Prima l’attesa, poi la curiosità. Ogni volta che esce un nuovo disco di una band “fondativa” del progressive italiano, l’attenzione è ai massimi livelli. Figuriamoci poi se questo gruppo si chiama “Le Orme”. Inoltre, tenuto conto delle svariate vicissitudini degli ultimi due anni, alla notizia di questa nuova pubblicazione, gli appassionati hanno avuto modo di vedersi raccontato – in musica – un ulteriore capitolo. Ma, come è nostro costume, qui si parla e si scrive di note; il resto non ci appartiene, anche perché l’unico dato che abbiamo tra le mani è un CD che attende di essere, prima di tutto, ascoltato. Però la questione di fondo resta ed è inutile girarci in giro o celarsi dietro ad dito. Ma come saranno Le Orme, per la prima volta, senza la voce e la presenza di Aldo Tagliapietra? Credo sia onesto chiedercelo. Ma pari onestà si impone necessaria durante l’ascolto. Che parli la musica.

L’idea di fondo- grazie all’imbeccata produttiva di Guido Bellachioma – possiede un indubbio fascino: un concept album sulla Via della Seta, considerata alla stregua di una categoria geo-esistenziale in grado di mettere in comunicazione l’Oriente con l’Occidente e viceversa. La sceneggiatura trova modo di essere immersa in un plot sonoro dalle coordinate ben fedeli alla connaturata vena sinfonica (Verso Sud, Incontro dei popoli). Il lavoro di scrittura tastieristica di Michele Bon si rivela pertanto ben strutturato di rimandi tanto al tratto emersoniano (l’attacco di L’alba di Eurasia, il pianismo di Mondi che si cercano, il simil bolero della title track, così Abadon) quanto ai Genesis (29457. L’asteroide di Marco Polo). Va aggiunto che La Via della Seta non subisce passivamente la seduzione degli anni Settanta ma denota sonorità molto più vicine al neoprog contemporaneo (Il romanzo di Alessandro, Una donna). Ovviamente la tradizione ormistica è viva soprattutto in alcuni ariosi temi, il cui modello potrebbe essere ricondotto composizioni sulla falsariga di Maggio (Serinde, La prima melodia e Xi’an-Venezia-Roma). Da non trascurare l’apporto del bassista Fabio Trentini: qua e là (penso al preludio di Serinde, prima della frase di moog) si percepiscono alcuni precisi marcatori vicini al sound di alcuni suoi lavori solistici. Il drumming di Dei Rossi ben si collega all’impianto totale per calore e pertinenza dinamica.
Senz’altro più pregi che imperfezioni. Unico neo, i testi non sempre ispirati, o meglio: il prestigioso apporto di Maurizio Monti pare staccato dalla dinamica di gruppo. Manca ancora una sintonia lirica a cui Le Orme ci hanno abituato da sempre.
D’altra parte si ha l’impressione che Le Orme abbiano scelto di dare molto più spazio alla vena strumentale rispetto a quella canora, forse perché su quest’ultimo versante si viene a toccare un punto delicato. E la scelta di consegnare le parti cantate al vocalist dei Metamorfosi Jimmy Spitàleri non appare né posticcia, né forzata. Si tratta di un timbro dotato di una concreta personalità autonoma. Anzi, rispetto ai tempi di Inferno, l’ugola è dotata di maggiore controllo. Uno Spitàleri lirico e, al tempo stesso, potente e, per fortuna, non più retorico.
Alla fine dei giochi, mi viene spontaneo il parallelo con un altro CD di qualche anno fa, firmato da un complesso storico. Mi riferisco a Marco Polo dei Latte e Miele. Le telepatie - musicali e contenutistiche - sono numerose (l’aura sinfonica e il tema del viaggio in Oriente). Detto questo, però valga un consiglio. Ascoltate La Via della Seta senza troppe pretese dietrologiche. Ascoltatelo e basta. Confrontare, serve a poco. Gli spunti brillanti abbondano. Certo: c’è un percorso diverso che trova la sua forza nelle polifonie tastieristiche di Bon, nelle articolazioni percubatteristiche di Dei Rossi e nel sostegno ritmico-sonico di Trentini. Al trio si aggiunga un interprete vocale di peso e di carattere come Jimmy Spitàleri. Altri passi, altre orme.
© Riccardo Storti


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MASSIMO COLOMBO & FELICE CLEMENTE Doppia traccia - di Riccardo Storti

30 agosto 2011

È sempre un estremo piacere avere la fortuna di accedere – di tanto in tanto – nel giardino sonoro del pianista jazz Massimo Colombo. In questa sua recente Doppia traccia (Crocevia di Suoni Records, 2010), Colombo si avvale della compagnia di Felice Clemente al sassofono soprano . Il duo firma per intero il CD, benché il fiatista compaia per 4/5 delle composizioni presentate. Le “due tracce” a cui si fa riferimento, riguardano due mondi musicali, apparentemente lontani tra loro: il jazz e la musica classica. Come lo stesso Colombo mette in evidenza nelle note di copertina, il milieu proposto contiene brani jazz per pianisti classici curiosi oppure pezzi dalla severità classica da alleggerire con una buona dose di swing. Dipende quale punto d’ascolto si decida di selezionare.

In realtà, Colombo mi suggerisce ad un approccio molto più libero, ma non per questo “incosciente”. Mi spiego meglio: partiamo subito dai 9 Notturni che subito si diffondono dalle casse del nostro stereo, appena inseriamo il CD nel lettore. Colombo ci avverte che la fonte di ispirazione è Chopin. Ma – per favore – non vestiamo i panni pedanti del filologo per forza; semmai fiutiamo il mood che tra gli arpeggi del pianoforte e le sinuosità sensuali del sax si dipana nota dopo nota. E ci accorgiamo, quasi per magia, che questo apocrifo Chopin punta a Bill Evans, sembrando un impressionista offshore oltre Debussy. Però, sotto sotto, da appassionato del prog italiano anni Settanta, percepisco le tenui atmosfere di un altro duo, quello di Franco D’Andrea e Claudio Fasoli nei Perigeo.
In Duo fantasia è, invece, interessante notare come i vari assi portanti si intersichino in un quadro di notevole complessità. Il tempo è jazz (si parte con un contagioso 5/4) così come gli spread improvvisativi del sax, ma la tenuta orchestrale del pianoforte non si schioda dalla solida architrave contrappuntistica, quella che garantisce una meccanicità per nulla fredda, semmai naturalmente rigorosa con balzi extratonali dalle simpatie novecentesche.
L’insaziabile tono e La linea di spago tentano quasi un recuoero della forma sonata in ambito jazz: esposizione, sviluppo e ripresa ma attraverso il quid di un’estemporaneità calcolata. Lo scambio di frasi tra i due attori, rasenta una sorta di concertismo da toccata, al di fuori del tempo e del genere. Se in L’insaziabile tono risulta più evidente il gioco della libera dissonanza, in La linea di spago prevale la ricerca di una probabile melodia composto, scomposta e ricomposta secondo un continuo scavalcamento di frontiere musicali.
Per il piano solo, Colombo si ritaglia un mazzo di deliziose miniature dal titolo evocativo, Immagini. Velocissimi ritratti di sensazioni che spaziano dal blues (Microbico blues, Sardonico, Quante quinte) alla musica popolare (il Sud America carioca di Brasiliando, gli iberismi di Madrid, un Ex etnico che sa tanto di bartokiano microcosmo magiaro) attraverso ipotetici omaggi (Il sorriso di Ada dalla seducente trama contrappuntistica; Pat and Lyle riferita a Metheny e Mays, To McCoy, il barocco da colonna sonora minimalista di Corale pop), quadretti con soggetto (Il gatto nel piano, La fuga del pinguino assai brubeckiana, la quasi romantica Il destino dell’oca) e varietà temporali (Semplice tre, le scale veloci di Spedito e condito).
© Riccardo Storti

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THREE MONKS Neogothic Progressive Toccatas - di Riccardo Storti

12 luglio 2011

Superiamo la – pur affascinante – scenografia gotica di copertina, nome della band e titolo del CD. E andiamo ben oltre le tentazioni limitanti dei paragoni prog. Un trio di “monaci” buiovestiti. Trio prog tastiere, basso e batteria. Alt, occhio, anzi orecchio. Una tastiera e, nella fattispecie, un organo a canne, please. Vabbé. Restiamo al trio? Così scorre – in testa, ma meno nei padiglioni auricolari – la pletora di probabili riferimenti: dagli E.L. & P. alle Orme collagesque, dai Quatermass ai primi Latte e Miele. No, signori, siamo fuori strada. O meglio: per comodità analogica (e di etichette), possiamo anche crederlo, ma, alla fine, perdiamo la vera percezione di questo particolarissimo album che, non solo merita attenzione, ma soprattutto una discreta precisione – come dire? – critica.

Line-up… Start-up: Three Monks è, prima di tutto, un trio aretino formato da Paolo Lazzeri all’organo ecclesiastico, Maurizio Bozzi al basso e Roberto Bichi alla batteria (sostituito, però, in due brani, da Claudio Cuseri).
Arriviamo alla sostanza, allora: Neogothic Progressive Toccatas (Black Widow Records su licenza Drycastle) è, prima di tutto, un particolarissimo esperimento sonoro volto a mettere in luce le immense capacità timbriche dell’organo a canne all’interno di un layout ritmico-dinamico rock. L’esito è indubbiamente progressive. Elenchi di band e compositiori in ambito popular si sono divertiti ad inserire lo strumento nel rock: oltre agli esempi già citati, inserirei Tony Carnevale, Par Lindh, Triumvirat, Rustichelli e Bordini, The Trip, i Goblin, Jacula, il Battiato di Canto fermo (in M.elle le Gladiator). La funzione di tale scelta sonora? Beh, il recupero di una certa patina arcaica ma nobiltata dalla nobile tradizione magistrale di Johann Sebastian Bach. Chi non conosce la Toccata e fuga in re minore BWV 565 ? Poi una distorsione culturale – probabilmente prodotta dal fatto che il suono dell’organo si associa spesso a musiche per occasioni solenne, non esclusi i funerali – ha fatto nascere il mito gotico dello strumento, sfruttatissimo nel making di colonne sonore horror (vedi Profondo rosso).
Ma nessuno si era spinto a tanto, ovvero dedicare integralmente all’organo a canne un intero album rock, per di più tutto strumentale. Ecco perché vale la pena procedere oltre le apparenze. Le composizioni raccontano anche delle storie di organi, come quello nella cattedrale di Magdeburgo (rasa al suolo durante i bombardamenti alleati della Seconda Guerra Mondiale: lo strumento – un tempo tanto amato da Franz Liszt – è stato ricostruito nel 2009) o quello nella Basilica di Waldsassen o quello dell’Abbazia di San Florian (dove si trovano le spoglie del compositore austriaco Anton Bruckner). Attraverso le dediche e la narrazione, scopriamo che in ogni epoca si è composta musica per organo. Perché non farlo ancora oggi e in un ambito diverso?
Così in Progressive Magdeburg Lazzeri si lancia in una serie di raffinati fugati, ben assimilabili all’impianto ritmico del basso e della batteria, con sforbiciate metriche dal sapore “dispari”. Disco tradizionale fino in fondo, visto il recupero – a tratti “severo” – della scuola barocca europea attraverso lo stile libero della Toccata, secondo un restyling moderno (il riferimento è alle due Toccate Neogotiche, la n. 1 e la n. 7). Di non dissimile fattura anche l’elaborata Herr Jann, tributata al costruttore di organi Georg Jann: la composizione mostra un acume contrappuntistico che contagia anche le figurazioni ritmiche di basso e batteria in un vivace caleidoscopio di tensioni armoniche, talvolta rese ancora più nebulose da cambi di tempo, suggestivi accordi dissonanti e peculiari interludi in contrasto con il generale schema dinamico della traccia.
Neogothic pedal solo, invece, sembra apparentemente scostarsi dagli altri brani, sia per l’incipit di un coro monastico , sia per l’assolo di basso; ma, nella terza parte, l’arrivo dell’organo sembra quasi glossare i contenuti esposti fino a quel punto da i due interventi fissati come preludio. Non poteva mancare un omaggio ai Goblin: i Three Monk ricreano Profondo Rosso ma in una prospettiva classica, ovvero sfruttando il modulo del tema con variazioni.
Neogohic Progressive Toccatas, più che uno dei tanti fenomenali prodotti progressive, è, in primis, un’avventura acustica da affrontare senza pregiudizio alcuno e con la curiosità di scoprire una storia musicale che sembra scorgibile dietro l’angolo ma che in realtà porta assai lontano nello spazio e nel tempo. Il veicolo è proprio quell’organo da chiesa, scritto negli spartiti di Bach e Buxtehude, poi riabilitato romanticamente da Liszt, Reubke, Bruckner, Franck, Saint-Saëns (a proposito, questo esperimento mi ricorda molto quello che il francese tentò con la coraggiosa Sinfonia n. 3…) e Reger, quindi balzato fuori dalla recherche classico-progressive di Emerson, Simonetti e Vescovi. Paolo Lazzeri è “solo” l’ultimo monaco amanuense che, con pazienza certosina ed entusiasmo benedettino, ha ripreso la pulizia dei registri e delle canne.
© Riccardo Storti

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WICKED MINDS Visioni, deliri e illusioni (Tribute to Italian Prog) di Riccardo Storti

11 luglio 2011

Misurarsi con alcuni classici del progressive italiano, magari personalizzando il tutto con una bella iniezione di hard rock. Ecco la scommessa – fattasi ricetta – dei piacentini Wicked Minds che, con questa nuova uscita (pubblicata dalla Black Widow di Genova), hanno voluto (anche loro) omaggiare i 40 anni del movimento musicale tricolore.
Una gestazione maturata dal 2007 ad oggi, periodo in cui la band ha studiato i pezzi ed innescato stimolanti confronti con alcuni dei protagonisti diretti di quelle memorabili tracce. Una bella soddisfazione potere rivivere pietre miliari in compagnia dei vari Martin Grice, Lino Vairetti, Aldo Tagliapietra, Antonio Bartoccetti e Stefano “Lupo” Galifi.

I Wicked Minds si sono, da sempre, mostrati una band solida votata alla connessione vintage tra hard rock e psichedelia, pertanto il gesto di confrontarsi con la storia musicale dei nostri anni Settanta ha consentito loro di dimostrare ulteriormente la compattezza del collettivo. Pertanto, guai a toccare soprattutto l’impianto strumentale, mosso – per questo preciso episodio discografico – da una notevole ed encomiabile precisione filologica.
Il risultato è assai buono nella riproduzione di hit come Caronte I di The Trip, L’uomo degli Osanna (con Vairetti vocalist), Dentro me (una rarità di Dietro Noi Deserto con Bartoccetti alla chitarra) e l’hendrixiana Farfalla senza pois dei Gleemen (convincente l’impronta del cantante J.C. Cinel: qui è nel suo).
In due casi la qualità della resa supera addirittura l’originale: mi riferisco a Figure di cartone de Le Orme e alla suite di Zarathustra del Museo Rosenbach, grazie, soprattutto, all’inserimento delle voci di Aldo Tagliapietra e di Lupo Galifi. In particolar modo ispirato, il canto di Lupo non perde né pelo né vizio, per merito di un’affinità sonora marcata sul piano della “durezza” dinamica. Wicked Minds e Galifi si sono proprio trovati… (non me ne vogliano gli amici de Il Tempio delle Clessidre).
Ma non tutte le ciambelle vengono con il buco. Prendiamo il duplice cameo della bravissima Sophya Baccini: azzeccatissima in Io, la strega dei Circus 2000, ma non a suo agio alle prese con quell’inarrivabile capolavoro dei New Trolls che è La prima goccia bagna il viso. Sarà che la voce di Nico Di Palo è un gigantesco brand ineludibile, foriero di una drammaticità che, nell’interpretazione lirica della Baccini, viene a sfumare. Non è una questione di tecnica, anzi, probabilmente, qui ce n’è troppa rispetto all’originale dei New Trolls. Forse, in alcuni punti (“Tu che sei lassù…”), sarebbe bastata una duplicazione delle voci in funzione corale (se non altro per salvare lo spirito New Trolls).
Così come in Dio del silenzio dei Delirium, la voce di J.C. Cinel è assolutamente fuori posto, poi, per fortuna, arriva il sax baritono di Martin Grice a salvare capra e cavoli. Stessa percezione per il medley dedicato a La Nuova Idea (un mix da Mr. E. Jones e Clowns): fedeltà irraggiungibile di chitarre, tastiere, basso e batteria ma spettro “corale” poco brillante, a tratti piatto, se non – talvolta - calante.
Meglio la cantante di ruolo del gruppo, Monica Sardella, alle prese con Un posto de Il Balletto di Bronzo (eccellenti gli arrangiamenti organistici di Paolo Negri) e con Un villaggio, un’illusione di Quella Vecchia Locanda. Ma il compito più difficile si palesava dalle parti de La carrozza di Hans della PFM (chiusa dal tema di Impressioni di settembre). E la ragazza non se l’è cavata male, grazie anche al coraggioso tentativo di offrire un’interpretazione non proprio sovrapponibile all’originale.
In sostanza, il lavoro dei Wicked Minds è altamente positivo, se non addirittura strabiliante, sul fronte delle scelte e degli esiti strumentali, però risulta, invece, penalizzato da sbavature sul piano di alcune opzioni vocali che avrebbero meritato una maggiore ponderatezza “registica”.

© Riccardo Storti



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RED ONIONS Diario di un uomo qualunque - di Mattia Scarsi

21 giugno 2011

Attivi da più di sette anni, nei quali come tutti coloro che vogliono emergere, si sono fatti le ossa negli scantinati e sui palchi della micro-provincia, i perugini Red Onions presentano il loro primo lavoro in studio dal titolo Diario d’un uomo qualunque, un concept album che attraverso le 11 tappe musicali, riporta gli appunti e gli spunti raccolti durante il periglioso periplo dentro se stessi.

Il soffritto di base proposto dalle Cipolle Rosse è composto per lo più da un rock blues assai granitico che guarda con (giusta e condivisa) ammirazione a grandi gruppi del prog tricolore senza però mai abbracciare del tutto, il tessuto del nostro rock romantico. Non ci sono lunghe suites classicheggianti o segmenti jazzistici, ma piuttosto qualche minuto e rapido squarcio di fantasia che, nella loro musica, sembra fotografare un piccolo accenno di una futura metamorfosi. Per fare un paragone importante, e per dare qualche riferimento a chi fruisce della musica in maniera filologica, ascoltando il Diario, tornano in mente alcuni passaggi dei Jethro Tull, periodo 69/70 (Stand upBenefit) dove, qua e là si poteva già intuire che di lì a poco, al folletto e ai suoi discepoli non sarebbero più bastati i margini canonici di tempo e spazio armonico. Questi spiragli dove affiorano elementi della nostra scuola cantautorale, schegge psichedeliche e atmosfere sulfuree, accrescono la piacevolezza e la curiosità nel continuare a sfogliare le segrete pagine del Diario. Pagine tra le quali fisso degli immaginari segnalibri sulla titletrack, su Epitaffio per la prima morte di un sogno con un ottimo intervento della chitarra elettrica e su Occhio del giorno dove invece troviamo una convincente chitarra acustica. Il rovescio della medaglia (non è un messaggio subliminale) è una qualità del cantato piuttosto carente e soprattutto, esclusi gli episodi sopracitati, la latitanza di melodie appena memorabili che, alla lunga, non fa che acuire la distanza fra il gruppo e l’ascoltatore, affaticato dalla mancanza di incanto. Chiudo con una nota riguardante il linguaggio. Ho ascoltato le parole investito dai flutti dell’album, le ho rilette sulla sponda cartacea e muta del silenzio. Quello fatto con i testi, è un lavoro che il sottoscritto non può che apprezzare: su chiunque intraprenda il sentiero della musica, soprattutto di un certo genere, incombe la benedetta maledizione della lingua italiana, calamita e calamità per chi si accinge a comporre nella lingua che fu del Manzoni. I Red Onions ne escono col merito di aver tentato nuove sfumature, iniettando tensione, fuggendo l’archetipico sciame di aggettivi senza attributi, inseminando le loro liriche di mistero, allusione e criptico criticismo. Questo è senz’altro un punto di forza da cui ripartire e crescere. [M.S.]

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Finardi precursore di un blues italiano? - di Gianni Martin

30 gennaio 2011

Due ore imbevute di musica, parole e racconti, intervallate da sciami di applausi e una standing ovation finale contraccambiata da un’ulteriore perla. Lui sul palco da solo per cantare Favola.

Eugenio Finardi nella sua esibizione del 22 novembre 2010 al Teatro Candoni di Tolmezzo ha davvero stregato la Carnia.
Oltre 500 persone ammaliate da un concerto unico e allo stesso tempo maculato grazie alla sua ultratrentennale carriera. C’è Voglio per aprire la serata, quindi il saluto a quel Friuli incarnato in gioventù nella sua balia Luisa da Palmanova, Gigiute e poi le presentazioni di rito per la sua stupefacente orchestra, con l’innesto dell’ultimo minuto (Tony De Gruttula, alle chitarre al posto dell’acciaccato Max Carletti), quindi Paolo Gambino al pianoforte e tastiere, Federico Ariano alla batteria e percussioni, Stefano Profeta al basso elettrico e contrabbasso. Bando alle parole e a qualche problemino all’impianto, Finardi lancia Le ragazze di Osaka, seguita a ruota da Dolce Italia. Il cantautore milanese rievoca la sua storia, ammette di essere stato fortunato con la prima etichetta di Battisti e Mogol, l’incontro con Demetrio Stratos, l’amicizia di De Andrè rievocata in Verranno a chiederti del nostro amore. Il pubblico scopre il giovane Finardi innamorato di Katia e di un palcoscenico dal quale non vorrebbe scendere mai, ma anche il Finardi precursore del blues in Italia, in anni in cui «mai si sarebbe pensato che 40 anni dopo fosse normale per un nero diventare presidente degli Stati Uniti». Via lo sgabello perchè è tempo di Extraterrestre, il più applaudito dal pubblico che inizia a sciogliersi. Nemmeno il tempo di rifiatare, di nuovo l’amore ma anche lo sguardo alla politica internazionale, con quel Finardi impegnato agli albori delle lotte per i diritti civili grazie ad Afghanistan, che a 25 anni di distanza gli fa dire «le guerre rimangono sempre quelle, quello che cambia sono le stronzate che ci raccontano per giustificarle». Non dimentica Soweto, rispolvera la rarità Ginnastica interpretando il dissidente russo Vysotsky e si rivolge a Dio con Uno di Noi. Il gran finale non delude i fans, La Radio e Musica ribelle che richiederebbero non poltrone ma spazi aperti per dimenarsi. [G.M.]

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MASSIMO COLOMBO Il gioco delle forme - di Riccardo Storti

29 dicembre 2010

A Massimo Colombo piace giocare. “Play”, direbbero gli anglosassoni; e capiremmo subito la polisemia del “gioco” inteso anche come atto di sedersi allo strumento (il pianoforte) e suonare. In questo gioco coinvolge le “forme” in complicità con il contrabbassista Yuri Golubev e il batterista Asaf Sirkis. Il trio come formazione ideale per un divertimento jazz ma non solo.

Colombo – non a caso – inaugura Il gioco delle forme (Splasc(H) Records – 2008) con una suite In breve, collezione di 9 miniature in cui l’osmosi stilistica di generi vive di un deciso approccio all’estemporaneità. Quando si dice improvvisazione; ma sarebbe troppo semplice e prevedibile. Ci mancano gli sguardi, gli ammiccamenti gestuali che sottendono al mood aleatorio di qualsiasi “istante” musicale (Schubert li chiamava “momenti”). E l’ecclettismo di Colombo esce nel modo più spontaneamente integrale: passi da sonata alla Alban Berg (In breve 1), tenui miroir impressionistici (In breve 2), mosse tra Erik Satie e Cole Porter (In breve 3), tracce di Brasile (In breve 4), una sarabande blues (In breve 5), sincopi be-bop (In breve 5), echi di un instabile “novecentismo” tonale corrotto dal jazz (In breve 6), staccati neoclassici dalle raffinate dissonanze (In breve 8) e fusioni di alto contrappuntismo swing (In breve 9).
Una volta usciti dalle naturali tensioni della suite, l’album non abbandona la primaria (e primordiale) attitudine all’interplay tra le parti: Amabile contesto suona come una song senza parole dalle innumerevoli varianti di dialogo tra protagonista (il pianoforte) e le altre “voci”. In Attira ira il sollazzo prosegue negli scatti be-bop all’interno di un flusso armonico di “vuoti” e “ripieni” con notevoli transiti individuali (il solista di Golubev). Pur di segno dinamicamente opposto, anche Frequenti lamenti mette in luce questo reciproco scambio di materiali tra pianoforte e contrabbasso.
Interferenze ritmiche latineggianti su un ossessiva linea dei bassi caratterizzano Reflection One, in cui il piano di Colombo – sul finale – riesce a liberare una suggestiva melodia. Riferimenti casuali ripercorre un viavai di flash espressivi riconducibili tanto al jazz classico quanto ad alcuni sentori “contemporanei” di frontiera. Chiude il CD Maelstrom Suite un omaggio a Lennie Tristano: per piano solo, in questa notevole composizione Colombo passa in rassegna le molteplici possibilità timbriche dello strumento attraverso un dettato armonico e ritmico vicino allo standard cool, ma con sensibili sforamenti in altre aree espressive.
Probabilmente questa è il vero valore aggiunto nella produzione di Colombo: musica “colta” e ragionata, che parte dal jazz ma che non si sa dove possa arrivare. [R.S.]

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Franco Leprino 1977-1987 - di Riccardo Storti

27 dicembre 2010

La Giallo Records ha pubblicato nel 2009 il CD Franco Leprino 1977-1987 contenente Integrati…disintegrati… (album del 1977) più una folta raccolta di inediti composti e registrati dal musicista milanese nell’arco di un decennio.

L’LP del 1977 è considerato dalla critica come uno dei tanti apripista di una via elettronica al progressive italiano, tanto da essere citato in svariati repertori nazionali e non. Vero, ma in parte, visto che Leprino, a differenza di alcuni contemporanei più attenti alle suggestioni dei corrieri tedeschi (citiamo Baffo Banfi e Automat), si serve anche di uno spettro elettroacustico in cui la chitarra classica sembra detenere la centralità armonica, pur fluttuando tra basi di synth e organi. Ovviamente si sente il peso della formazione classica di Leprino soprattutto nella scrittura di quelle parti che prevedono l’intervento di un pianoforte o di un flauto o di un oboe. Nell’insieme scaturisce anche una passione per le strutture “ripetitive” care a Terry Riley che, comunque, avvicinano questa opera prima di Leprino agli esperimenti più calcolati del Battiato di Clic e Sulle corde di Aries (non a caso siculo come il nostro).
Singolari ed eclettici i mondi sonori che si sprigionano dagli inediti, molti dei quali suonano come dichiarati omaggi a personalità artistiche del Novecento. A Stravinskij dedicata la cameristica Fiatazioni: il fagotto della Sacre continua a dimostrare una forza attrattiva timbrica per i giochi timbrici di flauto e oboe in una miniatura nipotina della versatilità dell’Histoire du soldat. La voce – invece – è al centro della epigrafe musicale a György Ligeti: due contralto e un basso dimenticati in qualche angolo di Lux Aeterna. John Zen è il trbuto al Cage del Bacchanale mentre una celesta generata da un sintetizzatore produce Esa, traccia interamente costruita su scale esatonali come Debussy comanda. Un raptus atonale e meccanico al disklavier irrompe nell’atto di riverenza a Nancarrow, così come un Giappone ipnotico esce fuori da Informale 2 per Hokusai.
Ma Leprino ama anche il cinema, così ci consegna i “ricordini” di un Buster Keaton atonale ed elettronico (Informale) e di un Stanley Kubrick seminato tra suoni MIDI (l’apocalittica A Sunny Day in coda al Dottor Stranamore).
Pur fuori dalle dediche, il resto tocca altri giganti del secolo scorso, criptati nelle strutture dei brani: lo Steve Reich maniaco dei metallofoni di ogni sorta potrebbe avere ispirato le leprinianne Parlottazioni; qualche lampo di notturno danubiano alla Bartók sfreccia sui 7/4 di luna; lo Stockhausen perso tra nastri e sonorità concrete fa capolino nelle Meditazioni. E Leprino trasforma lo studio in mestiere, servendosi al meglio degli strumenti strategici regalati dalla prassi di una musica (ormai? Ancora?) postmoderna.
E l’interrogativo sorge spontaneo: che ne è del musicista – oggi – nel 2010? [R.S.]

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Nuove idee (e non solo) tra storie e sogni (realizzati) - di Luigi Cattaneo

24 dicembre 2010

Serata evento nell’auditorium San Barnaba di Brescia che ha ospitato la presentazione di quello che potrebbe essere uno dei dischi progressive più significativi di questo 2010 ormai agli sgoccioli ossia Castles, wings, stories and dreams (Black Widow Records) a nome Paolo Siani & Friends feat. Nuova Idea.

Quella del 10 dicembre 2010 è stata una serata evento perché Siani, dopo aver militato come batterista negli anni ’70 in band come Equipe 84 e Opus Avantra, oltre che nella già citata Nuova Idea, aveva abbandonato certe sonorità per dedicarsi a tutt’altro e quindi ascoltarlo nuovamente insieme ai suoi vecchi compagni di avventura a distanza di 37 anni ha suscitato in me una certa curiosità. Interesse manifestato anche dalla notevole affluenza di pubblico, segno che il tempo non ha cancellato quanto di buono hanno fatto la Nuova Idea nella propria carriera. Dopo un breve ma interessante set ad opera dei Blues Assault l’emozione diventa palpabile nell’area. A spezzarla e a catapultarci dentro l’atmosfera del disco ci pensa dapprima Franco Ghigini, bravissimo nell’analizzare il momento storico in cui si sono formati i Nuova Idea e poi lo stesso Paolo Siani, accolto con un’ovazione da stadio! Il caloroso benvenuto del pubblico riscalda da subito la serata che entra nel vivo quando Siani decide di presentare live dapprima un brano del nuovo lavoro, Questa penombra è lenta, con alla voce un eccellente Ottavia Bruno già ascoltata con i Blues Assault e poi tuffarsi nel jazz con Gianni Alberti al sax assoluto protagonista con staordinari soli. Siani appare decisamente in forma e ci si domanda dove sia rimasto “nascosto” per tanti anni uno con il suo talento... A seguire Ghigini chiama sul palco per una breve intervista Ricky Belloni e Giorgio Usai (chitarrista e tastierista di Il Mito New Trolls), altri due fondamentali elementi della Nuova Idea oltre che protagonisti del disco da presentare e, successivamente, una delle migliori voci del panorama Metal contemporaneo, Roberto Tiranti, singer dei Labyrinth, che con la sua voce riesce a mettere i brividi proponendo la poderosa Cluster bombs che aspira ad essere uno dei momenti clou di tutta l’opera. Chiude l’evento This open show splendida ballata con tanto di violoncello, piano e flauto prima che le luci della sala si riaccendino per un meritato applauso da parte del pubblico davvero entusiasta di aver assistito ad un grande serata di musica e ricordi. Un’ ultima considerazione d’obbligo riguarda il ricavato delle vendite del disco che in parte andranno devolute all’Ospedale Pediatrico Giannina Gaslini di Genova, un motivo in più per acquistare subito Castles, wings, stories and dreams. [L.C.]

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SLIVOVITZ Hubris - di Riccardo Storti

21 dicembre 2010

Quando – un bel po' di tempo fa – mi capitò tra le mani il demo dei napoletani Slivovitz, già con il primo ascolto, fui sorpreso da una freschezza espressiva in grado di fare vivere sotto lo stesso tetto mood partenopei e balcanici. Era come sentire il sax di James Senese nella Kočani Orchestra. Poi li notò Leonardo Pavkovic della Moonjune e nel 2009 giunse alle stampe l’opera prima Hubris, titolo emblematico, nonché segnale di un’ulteriore metamorfosi. O normalizzazione.

L’ “ibridazione” è riuscita attraverso il filtro del jazz: in sostanza, passando in rassegna la tracklist, ci si accorge presto che l’originaria patina mediterranea ha subito una bella riverniciatura “fusion”. Ma non si rimane delusi. La slivovitz è stata messa ad invecchiare in una botte di whiskey. Insomma, meno Goran Bregovic e più Miles Davis.
Latitudini africane (Caldo bagno) si incrociano il Sudamerica di Pat Metheny (Errore di parallasse); ma il disco ha ulteriori padri putativi: il già citato Miles (quello degli anni Ottanta in Mangiare), i nostri Perigeo (la costruzione armonica e timbrica di Né carne), Naked City (Zorn a’ Surriento), Bill Frisell (Né pesce), Caetano Veloso (CO2) e Pino Daniele (S.T.R.E.S.S.). Rimembranze arabobalcaniche in Dammi un besho e nel ripescaggio rimasterizzato di alcuni brani del 2004 (Canguri in 5, Tilde e Sig. M rapito dal vento).
I ragazzi avranno anche perso la genuinità naïf di un tempo ma a favore, comunque, di un nitore qualitativo frutto delle intuizioni produttive dello staff di Moonjune e di un’inevitabile crescita professionale.Aggiungi immagine

© Riccardo Storti

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L'esordio del Tempio - di Lugi Cattaneo

18 dicembre 2010

Il 16 ottobre 2010 il Paprika Jazz Club di Dalmine (Bergamo) ha avuto il pregio di ospitare per ben 3 sabati di ottobre grandi serate di rock progressivo. Quel concerto è stato il secondo appuntamento per gli appassionati dopo lo show acustico dei Delirium e prima di quello degli Altare Thotemico.
La band che si è esibita sul piccolo palco del delizioso locale bergamasco è Il Tempio delle Clessidre, gruppo ligure emergente di cui fa parte il mai dimenticato vocalist del Museo Rosenbach, Stefano “Lupo” Galifi.

Si tratta della prima esibizione pubblica del quintetto formato da Elisa Montaldo (tastiere), Fabio Gremo (basso), Giulio Canepa (chitarra) e Paolo Tixi (batteria) oltre che dal già citato “Lupo” dopo la pubblicazione dell’omonimo primo disco. La band però almeno in apparenza non sembra per nulla emozionata o intimorita dall’evento e propone per intero ed in maniera assai convincente il debut album nel quale spiccano le rese live di brani come Le due metà della notte, La stanza nascosta e Faldistorum oltre che svariate cover tra cui un esaltante riproposizione della prima parte di quel capolavoro che risponde al nome di Zarathustra… Colpiscono meno le altre cover proposte (tra cui Money dei Pink Floyd e Non chiudere a chiave le stelle della Locanda delle fate) ma questo appare più come un dettaglio e non inficia la buonissima prestazione di cui si sono resi tutti protagonisti.
Menzione particolare per Elisa Montaldo, abilissima a districarsi tra i suoni delle sue tastiere e anima della band e per Galifi, per il quale il tempo sembra essersi fermato! Ma un plauso personale lo voglio fare anche agli altri membri della band. Gremo risulta sempre preciso e incisivo, Canepa predilige la qualità alla quantità tramite i suoi soli mai invadenti e Tixi dimostra di essere un batterista potente e dall’ottima resa live.
L’augurio è che questa band (come tante altre a dire il vero) possa avere, ora che il disco è stato pubblicato dalla Black Widow, la possibilità di esprimersi con continuità soprattutto dal vivo… [L.C.]


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UN'ESTATE FA (parte 2) - Travolgenti Osanna: il prog che non invecchia - di Gianni Martin

2 novembre 2010

Domenica 1 agosto, la piazza Duomo di Spilimbergo, arriva la grande musica progressiva italiana partenopea . Il prog partenopeo è un animale senza respiro,

la Prog Family è Osanna, il vertice di quella musica assieme alla Pfm e gli Area, forse i più grandi perché maggiormente legati alla passione mediterranea. Così il concerto di domenica-evento fra gli eventi di questo bel festival – è stato un’ autentica esplosione di energia rock: grande musica e grandi canzoni sostenute da un ritmo vitale contagioso quanto ineludibile e inserite in uno show praticamente perfetto nelle sue due ore di parteno-vibrazioni. Le fondamenta degli Osanna, da quelli degli esordi con Elio D’Anna a quelli di oggi guidato da Lino Vairetti, erano e rimangono Palepoli, L’Uomo (capolavoro assoluto) e Landscape of life. Ad essi si aggiungono i pezzi del nuovo lavoro Prog Family, una famiglia allargata in cui trovano posto la leggenda del sax David Jackson(Van Der Graaf Generator) e- in alcune travolgenti canzoni- la tastiera dell’indimenticato Balletto di Bronzo, Gianni Leone. Napoli, si diceva. La Napoli del travisamento (facce dipinte e maschere hanno sempre accompagnato la band), la Napoli di Pulcinella rielaborata dal celebre Carosello di Ettore Giannini che apre lo spettacolo sullo schermo. Le splendide immagini legano tutto dall’inizio alla fine, qui passato e presente scorrono e si abbracciano con perfetti sincronismi, specialmente quando vedi- ascolti lo stesso brano cantato in bianco e nero dagli Osanna dei Settanta e poi sul palco dal gruppo del 2010. Emozioni forti! Una scelta chiara. Significa che la strada non è cambiata, nonostante gli anni del silenzio, nonostante i musicisti siano diversi: è rimasto come si diceva, solo Lino o’maestro (voce, chitarra e armonica), gli altri - tutti di eccellente livello- sono Gennaro Barba alla batteria, Fabrizio Fedele alla chitarra elettrica, Nello D’Anna al basso, Sasà Priore alle tastiere e Irvin Luca Vairetti alle tastiere e alla voce, con l’inglese-partenopeo David Jackson ai sax (spesso due contemporaneament) e al flauto. L’impatto sonoro è forte, pieno, rigoglioso, malato di rock, festoso nelle sue misurate improvvisazioni, forte di un’intesa perfetta e di una ritmica bombardante. Sfilano i classici di Palepoli (le iniziali Animale senza respiro e Oro caldo), i gioielli da L’uomo (il pezzo omonimo, Vado verso una meta, In un vecchio cieco, L’amore vincerà di nuovo, Non sei vissuto mai) e da Lanscape of life (Two boys, Il castello dell'Es, Fiume), arrivano Ce vulesse ce vulesse (da Suddance), My mind flies, la tribale Taka boom e le bellissime ed emblematiche Fuje’a chistu Paese (praticamente intro di Palepoli) e Solo uniti dei Città Frontale. Fino alla citazione dell’ Hendrix di Kiss the sky, all’omaggio, anche nei bis, di Theme One, corale epico dei giganti Van Der Graaf e alla struggente Canzona (There will be time), la nostra preferita.
La cosa soprprendente, dopo due ore di emozioni e di torrenziale e straordinaria performance strumentale, è che questa musica progressiva non è poi tanto prigioniera dei Settanta. Perché? Perché gli Osanna di oggi l’hanno vivificata, rivissuta e sono stati capaci di restituircela fresca, intatta, ancora in grado di dirci e darci qualcosa da tenere nel cuore. [G.M.]

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UN'ESTATE FA (parte 1) - Rocchi dipinge le profondità dell'uomo - di Gianni Martin

1 novembre 2010

Al 32° festival di Folkest di Spilimbergo (PN), il 31 luglio 2010, c’era anche Claudio Rocchi, in Piazza Garibaldi. Claudio con il suo lungo viaggio nella canzone d’autore italiana ha seguito altre rotte: alcune verso l’oriente e le sue fedi, altre verso la sperimentazione sonora, rotte defilate però importanti, seminali, sicuramente generose con chi ha seguito questo maestro di spiritualità in musica che non vuole insegnare, bensì testimoniare un piccolo percorso personale.

A Spilimbergo Claudio ha dimostrato di non essere prigioniero di un passato, di non essere un personaggio del passato, ma una mente libera dagli illusori vincoli del tempo, libero di comunicare sentimenti e pensieri, di raccontare La realtà non esiste. E’ capace di parlare in modo straordinariamente fresco e originale - oggi come ieri - di Gesù Cristo e dei miracoli necessari, di radici e semi. Una sublime amarezza ci accompagnava prima del concerto, perché temevamo che la gente non avrebbe capito, o non avrebbe capito più Claudio Rocchi. Invece, ci siamo sbagliati: la platea era formato da un pubblico attento (con tanto di Fan Club) e chi tornava dal paradiso blues di Eric Bibb (che suonava in un altro palco a 300 metri da lui) si è fermato ad ascoltare, rapito da questi frammenti di sereno paradiso interiore che le canzoni di Claudio sanno svelarci e donarci senza pretese didascaliche, senza strade etiche o politiche obbligate, ma soltanto con il desiderio - come abbiamo già detto - di vivere e testimoniare, un essere fra altri essere, fino alla compassione di fronte ai mali e ai malanni del mondo ai punti di domanda che popolano i nostri orizzonti di fragili creatori. Il Volo magico di una notte d’estate a Folkest è stato terapeutico - se non salvifico - per molti di noi: chi ha sempre amato Rocchi nella sua tenera e solare spiritualità e per chi lo ha ascoltato per la prima volta. Il Volo magico ha scacciato fantasmi e tolto ragnatele alla musica d’autore, illuminato dalle candele sul palco, dalla voce e della chitarra di Claudio Rocchi. E da un messaggio antico come le montagne: l’amore per l’uomo in tutte le sue fragili e meravigliose declinazioni. Ben tornato Claudio…. [G.M.]


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NIK COMOGLIO Acqueforti - di Mattia Scarsi

3 ottobre 2010

Quando il coordinatore del CSPI mi ha chiesto di recensire questo lavoro, mi ha anticipato che a suo parere, l’avrei trovato molto vicino alle mie “corde”. Ebbene, devo appurare che tutti quei discorsi relativi alle odierne difficoltà di comunicazione e di comprensione fra gli individui, trovano in noi una evidente eccezione. Poter posare la mia penna su di un lavoro di tale sublime bellezza non solo mi ha onorato ma in poco meno di un’ora (la durata del cd), mi ha confermato che la scrittura, seppur indirizzata a terzi, spoglia l’animo delle persone e ne lascia intuire i gusti e la sensibilità.

Reso omaggio con grato stupore, a colui che alimenta il mio “sguardo ascoltatore”, passiamo a fare il nostro piacevole dovere.
Nel nuovo lavoro del torinese Nick Comoglio, la soavità della musica classica, le tentazioni progressive e il pathos dell’opera, camminano per mano, lungo una navata bagnata di luce per raggiungere con armonica ispirazione, l’altare della bellezza a cui consacrarsi.
Lo scrigno si schiude con Cedrus Libani, un andante morbido che si piega su continue modulazioni. Musica da camera alata nei cui cinque movimenti ora si disegnano arabeschi pazienti su temi mediterranei, ora si punta con impeto d’estuario, grazie all’ incalzante violoncello di Clerici, alla foce espressiva.
Personalmente ho sognato (con metamorfosi ovidiana) d’ abitare in un nido di colibrì e di ascoltare timoroso i giochi del vento, spettinare le fronde che imprigionano le silenti ricchezze dell’albero mediorientale: una partitura aerea, piumata, lievissima. Davvero pregevole.
Non che Primavera dei Tirreni e Canto della Natura siano inferiori ma forse la soffice originalità del Trio d’apertura qui viene un po’ meno, lasciando spazio comunque ad arie di assoluta cantabilità e a citazioni di grandi compositori di colonne sonore, fra cui spiccano i colori di Nino Rota e John Barry. Da segnalare il bellissimo Andante da Camera, il cui ascolto guidato da suggestioni olfattive, ci porta fra i variopinti muri del D’Orsay, sulle tracce dei grandi impressionisti.
E’ con la Roue de Fortune, seconda pietanza del trittico per violoncello e orchestra, che torna la meraviglia creatrice, capace di intersecare identità e percorsi non proprio adiacenti come la musica jazz e il rock e in grado di regalare all’ascoltatore momenti tanto curiosi quanto godibili.
L’apoteosi della sperimentazione è lasciata in fondo a questo forziere sonoro. Si tratta dello Stabat Mater in forma di oratorio che Comoglio incide sul testo tratto dal Mistero Buffo di Dario Fo per voce lirica, recitato ed orchestra. Ebbene, chiunque può capire che con così tanti ingredienti, le insidie erano almeno altrettante. Ne esce invece una suite dirompente e strabiliante per potenza espressiva, coagulata intorno alla performance magistrale, per nitidezza e sentimento, del soprano Chiara Taigi. Una Maria dalla voce angelica ma mai così umana e dolente nel rimembrar il triste fato che incombe sul suo “dolce e profumato giglio”.
Con il titolo Acqueforti, l’autore ha voluto richiamare il paziente lavorio artigianale del compositore e rimandare a quella tecnica calcografica, da lui amata, usata per incidere. Mi permetto d’aggiungere che proprio sopra la nostra corteccia, queste note vanno ad incidersi ma senza lavorio, senza quasi fatica. Come se, nonostante le distrazioni imposte, nonostante le “direzioni obbligatorie”, serbassero chiaramente la strada da percorrere. Come se in cuor nostro, non aspettassimo altro, da sempre. [M.S.]

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Aspettando Dellacasa: sapori di Spagna - di Riccardo Storti

16 settembre 2010

In attesa che Giancarlo Dellacasa inauguri con il suo concerto la nostra prossima edizione di Impressioni di Settembre, un piccolo consiglio d’ascolto per chi riuscisse ancora a reperire un preziosissimo CD del 2002. Si intitola Spagna ed è stato edito da Progetto Musica. Il contenuto, un live di chitarra classica – tenutosi quell’anno presso la Cattedrale di Piacenza – da Dellacasa. Un’avvincente playlist di classici iberici dello strumento dal Rinascimento alla contemporaneità proposta con stile grazie al tocco raffinato del nostro. E non manca – se vogliamo – pure qualche addentellato progressive, visto che si può ascoltare la Sonata K 380 di Domenico Scarlatti (italiano, sì, ma madrileno di adozione) che molti di voi potranno rintracciare nella parte centrale di Collage delle Orme.

Si parte dalla corte di Carlo V con la Fantasia di Alonso Mudarra e si procede attraverso una “cover” mozartiana di Fernando Sor (la Variazioni op. 9 su un tema da Il flauto magico di Mozart), per entrare nel “grosso” dei maestri di quella scuola nazionale alimentata anche da compositori per chitarra quali Francisco Tarrega (non potevano mancare gli evergreen Capricho Arabe e Recuerdos de la Alhambra), il catalano Miguel Llobet, il papà di Aranjuez, ovvero Joaquin Rodrigo (qui presente con i Trez piezas españolas) e Vicente Asencio; chiudono due brani – alla De Falla – di Antonio Ruiz-Pipò (Canciòn y danza n. 1).

Se vi capita di trovarlo tra gli scaffali di qualche negozietto di dischi – più specializzato per la classica – non esitate: è un ottimo antipasto ma anche un valido CD antologico di “buona musica” (merito anche di un libretto espositivo curato dall’attento critico Sante Bandirali). [R.S.]

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BALLO DELLE CASTAGNE - di Mattia Scarsi

30 agosto 2010

Fin dal primo ascolto, fin dal mio primo “Ballo delle Castagne”, ho avvertito l’incombente (com)presenza del suono buio e disperato dei Pain of salvation smarrito talvolta in soluzioni più acquose, pendenti verso l’ indie o indie-pendenti.
Procedendo con la frequentazione di questo lavoro confermo i richiami ai tetri riti ed attriti di Gildenlow e soci, band maestra nello sviscerare la bellezza dell’inquietudine.
Francamente però devo ammettere che questo album non è riuscito a rapirmi, a depredarmi, a colonizzare la mia attenzione, insomma non mi ha convinto del tutto.

Vi ho trovato solo scampoli di incubi, brevi intermittenze di buio ed in qualche traccia buone dorsali ritmiche con pregevole lavoro chitarristico di Marco Garegnani. In questo senso vorrei citare Sole e acciaio, lacustre e cupa come un sonetto di Bei Dao, danza ipnotica su un sitar meticcio e sembra fiorire da labbra irrorate d’ assenzio: “Ribaltare il silenzio della morte con l’eloquenza dell’acciaio”, ecco lo spirito maudit su cui cola un testo dal sapore esiziale. Ecco quello che è o, a mio parere, avrebbe dovuto essere, la tana di questo album, che invece, ahimé, non trova altri momenti emergenti.
La libera rivisitazione di Omero con cui il disco si schiude, si apprezza per un testo dotato di artigli ma rimane sulla pelle come un inferno tiepido. Così come non convince Specchi e perline colorate, uno degli episodi di indie rock a cui si accennava prima, che ricorda le pagine meno abrasive dei Verdena. A ciò s’ aggiunga la performance del lead vocal Vinz che se declinata ad un’ interpretazione teatrale come ne Il Pianto di Cristo su Gerusalemme, può creare sinistre suggestioni ma che ha ancora molto da lavorare per aderire con più incisività e maggior policromia e per suonare meno stanca e stentorea nelle parti cantate. [M.S.]

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Gong ieri e oggi - di Diego Secondelli

25 agosto 2010

Mi sono avvicinato all'appuntamento con il concerto dei Gong ad Asti lo scorso 5 luglio con la testa piena di dubbi.Voglio troppo bene ai Gong degli anni d'oro e penso non riuscirei a sopportare una performance sotto tono, una delusione emotiva o tecnica. Ricordo ancora con dolore un viaggio di svariate centinaia di chilometri, oltretutto in epoche in cui non è che navigassi nell'oro, attratto dalla firma "gong"per trovarmi di fronte ad alcuni sconosciuti capitanati dal pur eccelso Pierre Moerlen, che nulla aveva a che fare con il maestro australiano.
Internet non esisteva, e nemmeno i telefonini, le riviste straniere non arrivavano in città e mi ero perso la notizia dello "split" degli originali: la delusione fu cocente.
Però, adesso, la presenza di Allen e Hillage prometteva ogni bene. E le promesse sono state abbondantemente mantenute: che concerto!

Formazione "quadrata" e schemi ben definiti: molto rigore da parte di tutti, con il Maestro (e relativa signora) unici autorizzati a gigioneggiare sul palco.
Sezione ritmica secca e precisa, con un bassista - Dave Sturt – metronomico e, sui brani nuovi, molto "funky" (se tale può essere definito uno che comunque suona nei Gong). Batterista - Chris Taylor - degno erede dei colleghi precedenti: un bel frullino che non ha paura dei tempi dispari e del levare cattivo.
Quartetto base "storico": Daevid Allen, Gillie Smyth, Steve Hillage e Miquette Giraudy. Complice la location (un antico cortile medioevale) e una bella quantità di fan che sapevano a memoria le canzoni, direi che si sono divertiti anche loro insieme al numeroso pubblico (piazza gremita). La Smyth ogni tanto si "distrae" ma è anche quella che catalizza maggiormente le simpatie e poi...senza space whispers che Gong sarebbero.
Una citazione a parte per l'erede di Bloomdido: Ian East, sinceramente mi mancava alla collezione della Gong Family, anche perchè giovanissimo, ma, signori miei, tanto di cappello. Va bene che le partiture di Didier Malherbe sembrano ordite appositamente perchè le suoni lui - o uno come lui - però c'è stato un momento (Oily Way) che sembrava esserci Bloomdido a soffiare sul palco, il pubblico ha prontamente percepito e molti applasi sono stati per lui.
Le canzoni: penso che, arrivati a quella bella età e a quella grande fama, dopo aver scritto centinaia di song, non abbia senso fare del revival ma neanche ne abbia proporre solo composizioni nuove per promuovere l'ultimo CD. Non sarebbe da Allen.
E infatti il Maestro si è costruito una sorta di "piece" teatrale - costumi compresi ... e che costumi: ripercorre la venuta di Zero sul pianeta terra, le sue disavventure e la sua morale. La prima entrata sul palco con il costume da Zero the Hero è stata un allegro shock e ha meritato cinque minuti di applausi.
Questo sconfinamento nel modo del visuale ha permesso ad Allen di costruire una colonna sonora, aiutata da un maxi schermo psichedelico alle spalle del gruppo, che alternava i capisaldi della trilogia famosissima (Flying Teapot, Angels Egg e You) a novità, specialmente da 2032 che si sono armoniosamente inseriti nel contesto.
Del resto è stato unanimemente dichiarato che questa formazione è quella che maggiormente si avvicina al primo spirito Gong, grazie anche al lavoro della coppia Hillage/ Giraudy e lo dimostrano anche le ultime opere su CD che riprendono il discorso da dove era stato lasciato parecchi anni fa.
Alla fine abbiamo contato due ore di concerto tiratissimo, elegante, con suoni raffinati e con le già citate divagazioni un po’ più ritmate che hanno fatto saltare in piedi il pubblico in svariati balli liberatori - per inciso: ballavano anche loro sul palco e vi giuro che era spettacolo nello spettacolo.
Bis - tutti in piedi - con Camambert Electrique e apoteosi finale.
Per adesso miglior concerto del 2010, parere personale ovviamente, ma sono proprio contento di averli visti così in forma. Tutto quello di bene che ancora gliene verrà è strameritato: lunga vita al folletto australiano e a tutti i suoi amici. [D.S.]




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