SAINT JUST AGAIN Prog Explosion - di Riccardo Storti

23 giugno 2018

[revisione di un articolo pubblicato l'11 luglio 2011]. Sarebbe un errore vedere, o meglio, ascoltare questa Prog Explosion (Raro!, 2011) come – semplicisticamente – il nuovo album di Jenny Sorrenti. Significherebbe, in sostanza, non avere capito la reprise di una sigla storica del progressive italiano, i Saint Just di cui Jenny ne incarna l’anima e l’animo. Indicativo quell’ “Again” posto a fianco del brand, quasi a comunicare un “dove eravamo rimasti”.

Va subito sottolineato che, comunque, esclusa Jenny, non è presente nel disco nessuno degli storici componenti dell’ensemble, ma l’operazione resta intrigante, seria, stimolante e per nulla nostalgica. La voce di Jenny è il tessuto connettivo di un plot ordito su 7 composizioni di un progressive rock maturo e attuale, figlio di esperienze pregresse, accresciuto dall’importante presente transgenerazionale di validissimi musicisti (su tutti il percubatterista Marcello Vento, ormai da decenni fiancheggiatore dei lavori della Sorrenti).
La compositrice celtico-napoletana segna uno stacco timbrico con le produzioni passate prediligendo una band elettrica, quindi un suono più poderoso, sostanzialmente rock. Non solo: tra mille atmosfere chiaroscurali, alcuni episodi vicini all’improvvisazione restituiscono all’ascoltatore quel clima unico e tipico del Napule Power. L’opener Il cercatore ne è un chiaro esempio appena la chitarra di Elio Cassarà e l’Hammond di Ernesto Vitolo si lanciano in un paio di momenti solistici sorretti da una ritmica quasi heavy, mentre Jenny vocalizza senza sosta.
E la marca “progressive” sta proprio lì, in quell’autenticità volta ad alternare attacchi hard a sezioni più evocative e rilassanti, come nelle articolazioni complesse di Depressione cosciente, dove la vis improvvisativa della band (eccola, sì, again) conduce il comparto virtuoso (Vitolo al synth e Cassarà alla sei corde) in inaspettati territori fusion, per chiudere con un accordo pieno, ma su un’altra tonalità. Idem si potrebbe asserire per l’incipit infiammante di Ai bordi: l’Hammond di Vitolo dà un “la” alla Deep Purple da cui si dipanano stati d’animo musicali dalle imprevedibili evoluzioni tra scale orientali e schegge di pianismo jazz.
L’afflato etnico emerge ancora meglio tra le contaminazioni di Fuga da ogni gabbia e della title track (da qui messere si avverte il passaggio vocale di Francesco Di Giacomo): c’è un po’ il clima degli Area e degli Osanna di Palepoli ma con una strana iniezione di “heavy” mediterraneo che potrebbe trovare consensi entusiastici tra gli aficionado di Almamegretta e compagni.
Una vena più intima viene invece mantenuta dalle ballad Ad occhi aperti(dopo Morfeo) (ma quanto onirismo impressionistico c’è nelle note riverberate di un piano elettrico Fender Rhodes?) e Giganti (una Laurie Anderson a Mergellina sul sentiero di tastiere very minimal?).
Il recupero del progetto è convincente, proprio perché non guarda indietro o non cerca di rintracciare (solo) gli affittuari della “casa del lago”. È, prima di tutto, un tassello in più nella carriera artistica di Jenny Sorrenti in prospettiva di una chiave collettiva sempre più aperta, affinché le musiche si incontrino e si riproducano (anche geneticamente).

© Riccardo Storti (11 luglio 2011)

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LATTE MIELE, Passio Secundum Mattheum. The Complete Work - di Riccardo Storti

12 novembre 2014

In effetti, quando uscì, nel lontano 1972, mancava di qualcosa. Il tipico gap deficitario dell'opera prima. Sia bene inteso: la Passio Secundum Mattheum resta un classico del progressive italiano per originalità degli impasti stilistici, ricchezza del comparto vocale e tangibile abilità compositiva. Ve ne fossero esordi del genere (e nel genere, ancora oggi), però, non è l'apice della band ligure. Un punto di partenza che, solo oggi, a distanza di oltre 40 anni, diventa un felice e costruttivo ritorno, a completamento di intuizione che hanno richiesto adeguati tempi di sedimentazione, maturazione ed esperienza.
Questo il motivo prioritario, posto alla base del recente Passio Secundum Mattheum. The Complete Work, pubblicato dalla Black Widow Records. No, nessuna operazione nostalgia, perché il gruppo ha dovuto sudare per rifinire e integrare i vari innesti, di scrittura più o meno recente. Parafrasando il titolo, potremmo parlare di una passione per quanto dette lo starter alla loro carriera musicale. Formazione originale Dellacasa, Lacagnina e Vitanza, più Massimo Gori che, comunque, già nel '72, girava da quelle parti (mi risulta pure nei cori dell'originale, nonostante non fosse accreditato). Il contorno è monumentale. Il Coro Classe Mista di La Spezia e il prestigioso Gnu Quartet di Cabrera (violoncello), Izzo (violino), Rebaudengo (viola) e Rapetti (flauto). Gli “evangelisti” narratori, fedeli amici del giro prog quali Silvana Alliotta (Circus 2000), Sophya Baccini, Elisa Montaldo (Il Tempio delle Clessidre), Paolo Carelli (Pholas Dactylus), Giorgio D'Adamo (fondatore dei New Trolls), Alvaro Fella (Jumbo), Aldo De Scalzi e Paolo Griguolo (Picchio Dal Pozzo), Simonluca, Max Manfredi e Lino Vairetti (Osanna). Da non trascurare il fondamentale apporto al mixer del già citato Aldo de Scalzi, vero e proprio organizzatore di suoni, alla stregua di quinto membro nascosto dei Latte Miele.
Ebbi modo di tastare la resa del remake durante il live tenutosi al Teatro Verdi lo scorso aprile e le aspettative erano state rispettate in piena regola, ma la performance dal vivo, spesso, può distrarre l'attenzione verso altri particolari. Il disco, invece, non offre scusanti. Lì sei tu che scegli il momento che deve essere quello giusto.
Partiamo da quanto già era noto. Un po' come dopo un restauro, le vecchie tracce riemergono più brillanti, vivaci e ricche, pur nell'immutata sinopia pentagrammata. La voce solista di Massimo Gori, intervallata a quella di Alfio Vitanza, segna indelebilmente il marchio melodico dell'album, insieme alla riscrittura – più densa – delle parti collettive (I falsi testimoni). Naturalmente anche le sezioni strumentali risultano fedeli all'originale, comprese alcune timbriche tastieristiche come quelle del mellotron (il registro delle trombe alla fine di Giuda) e del moog, oltre all'immancabile organo Hammond. Ne guadagnano in corposità sia il basso di Gori, sia la chitarra di Dellacasa, mentre il drumming di Vitanza è un vero esempio di sciolta agilità tra dosati fill e controllo dinamico (Giuda). 
Negli innesti, il pregio maggiore dello sforzo. I Latte Miele sono riusciti a fare attecchire sul solido corpo originario una materia apparentemente esterna, ma che, grazie ad una delicata operazione di simbiosi creativa, mostra un'indubbia continuità con la visione poietica (e anche poetica) dell'archetipo discografico. Insomma, non si avvertono stacchi, forzature, riempitivi e incollature, ma autentica sintesi.
L'Introduzione conferma quell'aura World Music (riferibile un po' ad un'altra Passione, quella di Peter Gabriel) che già ascoltammo nel Live Tasting ma, per il resto, quella dei Latte Miele è una scrittura sovrapponibile al progressive sinfonico. Il pane e il sangue dell'alleanza rivela ariose aperture alla Genesis con soli di chitarra e di moog e ampie rullate di batteria; in Il rinnegamento di Pietro avviene che una canzone d'ampio respiro melodico finisca per trasformarsi in una grottesca marcia inquietante.
È proprio in questo frangente che la linea del disco devia verso le atmosfera dell'opera rock. Siamo al vertice ovvero Il prezzo del sangue: modulazioni, cambi di tempo, metamorfosi coloristiche dall'orchestra rock al coro, complesse partiture quasi da colonna sonora. In una sola stazione, sembra siano stati convocati a raccolta Prokof'ev, i Procol Harum, il Banco, Orff e Bacalov. 
Con Aria della Croce. Tra i soldati e la polvere si ritorna allo stesso clima sinfoprog de Il pane e il sangue dell'alleanza, arricchito dalla chitarra classica di Dellacasa e da un testo particolarmente toccante per un ritratto di Cristo, che va ben oltre l'aspetto confessionale. È umano, troppo umano (“lo spettacolo finisce qui/ quello che resta/ su quella croce/ è già storia di ieri”). Il velo del tempio, invece, si regge su un portato pulsante alla Yes, pur nell'ideale incontro corale tra due “classici” della musica liturgica: il Dies Irae e lo Stabat Mater.

In questa Passio aleggia anche lo spirito sincero di Don Gallo, a cui è dedicato il lavoro e a favore del quale avrebbe prestato la propria voce come evangelista, se non fosse stato convocato per una session ben più importante... :-( Da lassù, comunque, avrà gradito.

© Riccardo Storti

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LUIGI MILANESE Equinox - di Riccardo Storti

1 ottobre 2014


Può un disco essere il più autentico e fedele curriculum vitae per un musicista? Questo è l'interrogativo che mi è sorto  appena ho dedicato il mio tempo all'ascolto di Equinox, CD del chitarrista acustico genovese Luigi Milanese. E la risposta è stata subito affermativa, già dopo avere dato un occhio alla tracklist. Si spazia, non perché Milanese abbia voluto mostrare sfoggio di conoscenze musicali a 360°, bensì perché Equinox racconta una vita musicale, che ha attraversato e sta attraversando lidi e latitudini sonore diverse tra loro. Interpretazioni che toccano il bardo celtico O'Carolan, J.S. Bach (la Sarabanda dalla Partita per liuto BWV 997), Villa Lobos (l'emozionante Preludio n. 4 in mi minore) e i Led Zeppelin, nonché pagine personali di indubbio interesse.
La chitarra – sotto le sue dita - si fa quasi orchestra nelle mirabolanti ascese fingerpicking di Flower of Lust (qui mi ha ricordato Riccardo Zappa) e negli arpeggi rarefatti ed essenziali di Cosmic Revolution.
Lui e la sua chitarra, un binomio felicemente scindibile, quando arrivano a dare una mano amici suonatori di archi, fiati, percussioni e pianoforti. Meritano una citazione lo Gnu Quartet, Marco Fadda e Fabio Vernizzi, musicisti ben noti non solo nella cerchia genovese. Il proposito cameristico brilla e valorizza ulteriormente l'imprinting chitarristico dei brani.
Alcune composizioni assumono colori brillanti grazie agli interventi di timbriche delicate quali l'oboe (Alice Fabbri), il sax soprano (Paolo Firpo) e il violoncello (Marila Zingarelli). In Little Modal Dance si evocano tessiture acustiche memori degli album anni Ottanta della Windham Hill;  La mia stella si apre con un'allusione ad Horizon di Hackett, ma lo sviluppo – puntellato dal canto del violoncello – potrebbe essere benissimo una base sonora per il primo Nick Drake; l'anima folk blues di un classico dei Led Zeppelin (Tangerine) assume inflessioni quasi da pop unplugged grazie alle sottolineature dello Gnu Quartet e alle percussioni di Marco Fadda; in Africa la chitarra si presenta inizialmente defilata, quasi affidando agli altri strumenti la scatola di montaggio melodico-armonica in un moto dinamico dalle intenzioni cangianti.
Che curriculum in pentagramma...

© Riccardo Storti

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EMPIRICAL TIME Songs Poems Lady - di Riccardo Storti

4 settembre 2014


Gli Empical Time sono una band emergente veneta che dichiara apertamente ed esplicitamente di rifarsi al progressive rock degli anni Settanta. Per questo motivo, si è affidata allo ProsdocimiRecording Studio attraverso la produzione di Mike 3rd e tramite la supervisione al mixer di Chris Murphy (uno che se ne intende, visto che dalla sua console ha curato lavori dei King Crimson, Tony Levin, Steve Morse, Terry Bozzio, etc.).
Ovvio che questo loro SongsPoems Lady (Ma.Ra.Cash, 2013) sia un esordio ben confezionato, frutto di amore ed entusiasmo per il genere e figlio di un ensemble formato da ragazzi preparati sotto quasi tutti i punti di vista e di ascolto. Gli appassionati delle sonorità vintage finiranno per innamorarsi perché gli Empirical Time ci sanno fare.
Detto ciò, però, rischio di ripetermi se sottolineo ulteriormente che si tratta di un ennesimo prodotto onestissimo e rispettabilissimo (ci mancherebbe) ma che è fermo al passato e non aggiunge molto ad una scena già troppo inflazionata?
Brani rifiniti, legati ad una nobile storia ma talvolta zeppi di schemi stilistici a tratti ripetitivi, sia nell'ordito melodico-armonico, sia nella riproposizione di topoi alquanto prevedibili. Attenzione. Ciò non è né un pregio, né un difetto: è un'opzione espressiva a cui siamo piuttosto abituati e che, comunque, è gradita dalla nicchia del pubblico prog. Teniamo anche conto del fatto che si tratta di un'opera prima e, come per tutte le opere prime, ci si gioca un po' tutto perché ci si affaccia e non è nemmeno facile per chi compone tarare le adeguate mosse comunicative. Qui ci si rivolge ad un'utenza che, alla fine, cerca quanto proposto ma il prog di oggi non va in quella direzione. Essere epigonici è, ad ogni modo, un sistema per rendere più calligrafica la stesura del proprio biglietto da visita, ma poi si può evolvere.
I brani sono quasi tutti pervasi da una generale atmosfera floydiana, soprattutto nelle parti più lente (agogicamente parlando, dall'Andante al Largo), con spezzature dai richiami quasi tattili ad altre realtà. Gli esempi, che si possono citare, sono molteplici: Three Years She Crew in Sun and Shower, si muove da poliritmie alla Yes a momenti individuali di moog alla Alphataurus; in I Travelled Among Unknown Men non manca nemmeno un episodio di solipsismo chitarristico frippiano; Diamond Lady Pt. 1 mostra un cuore parente degli Osanna di Milano Calibro 9, mentre gli stacchetti jazz rock di Untamed rimandano ai Colosseum II; il gusto per le scale orientaleggianti di Whispers From the Past e di Dancing On Saturn avvicinano la band al Volo di Medio Oriente 249.000 tutto compreso (pollice verso per il sequencer impazzito nella danza saturnina... sa un po' di espediente gratuito).
Pur aderente ad un solido impianto derivativo, Strange Fits of Passion è il brano che meglio mette in luce le pregevoli qualità interpretative e compositive degli Empirical Time: preludio pianistico di grana impressionistica, passo di ballad memore di Us and Them con uno spiazzante interludio dissonante e rumoristico corredato da un efficace canto hammilliano.
Per l'attitudine verso la pulizia metrica, si ascolti anche l'essenzialità lineare di She Dweit Among the Untolden Ways (in evidenza il basso melodico di Andrea Baggio, componente quasi silenzioso – rispetto ai ruoli delle tastiere di Riccardo Scarparo e delle chitarre di Giovanni Croatto e di Federico Galleani – eppure, qua e là, determinante, anche in combutta con il batterista Robert Anthony Jameson).
Certo, c'è molto di buono: l'impianto è solido, la cultura musicale è notevole e poggiata su spalle larghe, ora si tratta di capire se questa devozione al prog è solo un abile e agile starter per crescere o un cordone ombelicale impossibile da recidere. 
 

© Riccardo Storti

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OUTOPSYA Fake di Riccardo Storti

27 settembre 2013

Manca indubbiamente qualcosa e, nonostante l'esplicito ricorso alla numerologia, i conti non tornano. E ringrazio di cuore gli Outopsya per avermi fornito un presskit stampato piuttosto esaustivo, soprattutto illuminato dalle illuminanti interviste di Athos Enrile e Donato Zoppo. Per il resto, sfido chiunque a capirci qualcosa, partendo dalle poche note di copertina. L'ammirevole Lizard – come sempre – si distingue per coraggio visto che Fake è un doppio CD di “musica disturbante, ossessiva, impervia” (cito dal loro comunicato stampa). E va bene. Non dico la provocazione, ma l'idea di affidarsi a quanto fa più noise, industrial, postrock, musica colta, elettronica da ambiente è comunque valida. Esiste ormai una tradizione assodata. 22 brani per 90 minuti non sono uno scherzo. Due i composer-esecutori: il poliedrico Luca Vianini (chitarra, tastiere, batteria e voce) e Evan Mazzucchi (basso e violoncello). Ad un primo ascolto, sembra un'unica lunga improvvisazione con forti espansioni atmosferiche in cui non accade nulla sull'orizzonte melodico e armonico (mentre le pulsazioni rasentano la piattezza dei battiti). Leggo meglio e apprendo che Fake è stato “concepito proprio come unica traccia” che “un po' per comodità e un po' per caso, abbiamo diviso in 22 brani”. 11 + 11! E così il disco esce l'11-11-11. Il giochino ha pure un lato divertente: il ricorso ad una numerologia inconscia fa molto “out” (opsya...). Però continua a sfuggirmi molto, mentre tento di mantenere una certa stabilità d'ascolto tra attacchi alla Mr. Bungle, chitarre crimsoniane, dissonanze detonate a Darmstadt 60 anni fa e liquidità di calcolate improvvisazioni. Leggo meglio e scopro l'equivoco di fondo: emerge che Fake è nato “come colonna sonora del film muto di Rupert Julian Il fantasma dell'opera (1925)”. Caspita, un classico del cinema. Ciò significa che, per quanto questo lavoro voglia essere free e visionario, deve avere attinenza con le immagini in movimento proiettate sullo schermo. Un commento musicale che racconta e supplisce alla parola: allora, sì, che sento gli Outopsya come abili facitori di soundtrack. Però, attenzione, al di fuori del contesto, Fake suona come un lavoro assai dispersivo, a tratti addirittura noioso e pretenzioso, non tanto di difficile accettazione, ma nato da un errore comunicativo. I punti “luce” sono proprio pochi (qualche guizzo melodico in Lilies e la vivacità armonica e ritmica (7/8) di Enter the brain), il resto rischia di perdersi in un percorso oscuro, incerto (per l'ascoltatore) e troppo votato ad una casualità di comodo.
Altro discorso critico, se si potesse visionare il film con Fake in sottofondo. L'impressione è che l'album dipenda troppo dal film e, per tale motivo, manchino adeguati sostegni di apprezzamento.   
© Riccardo Storti

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TROMAPROJECT Tromasoda - di Riccardo Storti

22 settembre 2012

Prendere alcuni standard jazz e centrifugarli per bene attraverso le lame affilate di un power trio. È quanto hanno combinato i Tromaproject di Renzo Luise (chitarra, già Jus Primae Noctis e non solo), Dino Cerruti (basso) e Rudy Cervetto (batteria): centrale la funzione solista della versatile sei corde di Luise che mischia con disinvoltura disparate cifre stilistiche (dal crossover al blues, dal rock'n roll alla fusion); sotto una sezione ritmica mai doma nel pompare adrenalina.
Il risultato è un breve CD (autoprodotto) di 5 brani riveduti e scorretti con graffiante grazia. Blue Trane di Coltrane sfrutta il primordiale giro con iniezioni wah-wah hendrixiane e dissonanze frippiane; Birk's Works di Gillespie lascia scorie filtrate da un setaccio un po' grunge e un po' Led Zeppelin; Impression di Coltrane miscela sentori da colonna sonora spy movie con cesure rumoristiche alla Naked City; una pericolosa natura punk metal s'impossessa di Road Song (Wes Montgomery). Non poteva esserci conclusione più iconoclasta di una “cubista” A Night in Tunisia (altro classico di Gillespie) dal profilo hard core ingentilito da un interludio basso-batteria piuttosto latineggiante. Che la segnalazione sia una preziosa occasione per discografici curiosi... signori, ne vale la pena.
© Riccardo Storti

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STORIE DI ROCK Innocenzo Alfano - di Riccardo Storti

19 settembre 2012

Innocenzo Alfano continua ad offrire importanti contributi musicologici all'analisi della popular music, pertanto anche del progressive; ed il suo ultimo Storie di rock testimonia ulteriormente questo sforzo impegnativo biunivoco. Sì, biunivoco perché Alfano è uno che non si risparmia di fronte a qualsiasi atto di vivisezione della partitura ma, al contempo, i suoi lavori richiedono pari attenzione da parte di chi legge. Da quando ha esordito nel 2004 con Fra tradizione colta e popular music: il caso del rock progressivo, Alfano ci ha abituato al gusto dell'approfondimento sul dato musicale, senza tanti fronzoli e senza troppe invasioni sociologiche e letterarie. E questo è sicuramente il maggior pregio del suo approccio. Così è stato anche per gli altri volumi (Verso un'altra realtà ed Effetto Pop) che – è doveroso sottolinearlo – si presentano come raccolte di saggi monografici (o inediti o riveduti e corretti, dopo essere stati pubblicati in spazi pubblicistici dedicati, tra cui il nostro “contrAPPUNTI”). Idem dicasi per il recente Storie di rock. Per entrare meglio nello specifico del libro, vale la pena citare il capitale sottotitolo: “Gli Anni Sessanta e Settanta attraverso dischi, festival, libri, luoghi, suoni e molte curiosità”. Dando una scorsa all'indice, c'è da perdersi: Allman Brothers, Hendrix, Colosseum, Family, Dylan, Genesis, Bakerloo, John Cipollina, Tempest, PFM, Le Orme, Acqua Fragile, Bombay Calling, Jimmy Page, Beatles, The Who, Bonzo Dog/Dah Band e potremmo continuare. Lo zibaldone si fa più unitario e saggistico con un capitolo autonomo sulla scena californiana (San Francisco Sound: i suoni di una città), praticamente un importante unicum in Italia. Beh, poi Alfano lo conosciamo: non ha peli sulla lingua, il suo taglio non dà adito ad equivoci e non lascia dubbi, ma – con buona e precisa volontà dell'autore – vuole essere “discutibile”, talvolta in maniera anche provocatoria e senza troppe mediazioni. Muovere le acque al di là di luoghi comuni e ipse dixit. Ci sta. Significa “fare critica”. Libro prezioso. Due punti, però, possono destare qaulche perplessità. Uno: il saggio Fabrizio De André in concerto con arrangiamenti (contraffatti) della PFM, già pubblicato sul blog di Athos Enrile e che innescò a suo tempo una replica precisa di Lucio Fabbri
(che, ahinoi, non è stata invece inserita da Alfano nel libro... peccato!). E sia: ci sarà consonanza tra Zirichiltaggia e Spirit dei Dobbie Brothers e tra Volta la carta e Paddy's Jig degli Steeleye Span, ma che c'entra la PFM? La Premiata nel live con De André, mantenne quegli arrangiamenti dall'album Rimini così come erano stati elaborati dalla triade Mims – Bubola – Reverberi. Poi l'idea di Alfano di denominare l'album con la dicitura “arrangiamenti PFM” preferendo un “accompagnamento PFM” è proprio fuori luogo e per nulla condivisibile. Musicalmente, in origine, cosa erano La guerra di Piero, La canzone di Marinella, Il giudice, Amico fragile, Bocca di Rosa, Il pescatore, Maria nella bottega del falegname, Il testamento di Tito, Verranno a chiederti del nostro amore, Giugno '73? E cosa sono diventate dopo quel tour, grazie agli arrangiamenti della PFM? La risposta sta nella carriera di De André che, anche in seguito, nei suoi live successivi, volle che quegli arrangiamenti di Mussida, Premoli, Djivas, Di Cioccio, Fabbri e Colombo rimanessero inalterati. Altro che accompagnamento...
Due: l'appunto Paul McCartney è morto, ma nessuno lo sa, riflessione sul divertente ed acuto lavoro ricostruttivo del famoso mito a cura di Glauco Cartocci (Il caso del doppio Beatle). Alfano ne distrugge le fondamenta senza, però, nemmeno entrare dalla porta e dare un'occhiata a chi c'è nell'appartamento... Alfano fiuta (e presume) che il lavoro di Cartocci possa parlare poco di musica e riduce il tutto ad una questione di gossip. E Alfano ammette, sì, di essere andato in libreria, ma “mi è bastato sfogliare l'introduzione del volume, più alcune decine di pagine dei vari capitoli/paragrafi di cui è composto il libro – le più significative, se così si può dire sperando di non abusare del termine -, perché mi passasse la voglia di leggerlo integralmente e soprattutto di spendere i soldi per l'acquisto”. Non è corretto, se non altro per una forma di rispetto nei confronti di chi quel libro lo ha scritto. Un brutto autogol.
Si può polemizzare con Alfano e mi è capitato di farlo più volte in forma privata. Io credo che le divergenze aiutino comunque a crescere e a fare crescere il nostro piccolo mondo critico. Gli input di Alfano – comunque la si pensi – offrono sempre una possibilità di replica, appunto, costruttiva. Cosa mi auspico dal nostro amico calabrese, pisano d'adozione? Beh, l'ho pregato più volte... ed ora passo dal privato al pubblico. Un saggio organico su un argomento specifico. Ben vengano le monografie, ma perché non pensare ad un equivalente italiano della pietra miliare Rocking the Classic di Edward Macan? Di sicuro, Alfano ha tutte le carte in regola per affrontare simile sfida e con risultati a lunga gittata. © Riccardo Storti 

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LAKME' Endless Rail - di Mattia Scarsi

9 settembre 2012

Nel caos calmo di tutti i giorni, la fuoriserie che abbiamo dentro la testa si schianta o s’avventura, per inesorabile sfortuna o per negletta pigrizia, nelle sabbie mobili del luogo comune.
La diffusione di questa regione arida, di questa paralisi del ragionamento, lo sappiamo bene, sta fossilizzando il nostro linguaggio (in prognosi riservata) e trivellando le rughe alla creatività.
Si parla con metodicità kantiana della crisi dell’arte che non riesce nemmeno più ad ascoltarsi, figuriamoci a farsi ascoltare. La musica viene accusata di duplicare, con più o meno accorta ostinazione, la sua scorta di sette voci, esaurita da tempo.
Poi, fra i crepacci dell’abitudine, dopo quintali di ruminato, apparecchiato per piacere, ecco la distrazione. Qualcuno dà le spalle al “sistema”, si chiude nella propria “stanza” a preparare la valigia, riempiendola di un bagaglio rischioso e poco accondiscendente: la propria sensibilità.
Di recente ho avuto la fortuna di ascoltare i lavori pianistici di Chiarandini, Nocenzi, Bodin e Crivella tanto per dare qualche esempio di “bagaglio a rischio”.
Francesco Gazzara proviene dal mondo dell' acid jazz, ma ultimamente ha evidenziato una propensione per il rock di matrice colta, che ha lambito, carezzato e superato in un tempo esiguo. Nei Genesis ed in un certo art-rock inglese aveva imbevuto le trame di The Piano room mentre con i suoi ultimi lavori il percorso è stato sempre più limitrofo alla musica contemporanea in cui ha fatto convergere le colonne sonore e la background music, il rock, il jazz e l’impressionismo new age.
Endless rail è un amplio, variopinto macramé di tutto questo. Soffusa e ariosa la title track mentre Your hand si svuota su di noi come una brocca colma di argento vivo. Poi state pronti a ovattare il passo, trattenete il respiro e gustatevi Day after day, il reportage di un safari sulla Luna.
Alla faccia di chi dice che “In fondo le note sono sette e di lì non si scappa”. Quante volte vi è toccato ingollarvi pazienti, discorsi di questo calibro? Confutate questa insulsa emissione d’anidride carbonica provando ad ascoltare (e a far ascoltare) un brano orchestrale della statura di Unter see, vi sembrerà di nuotare nella Via Lattea.
Antartica e Shock and awe, sono due edelweiss, rari ed irraggiungibili, da cui inalare il fresco profumo plurivoco che il progressive possedeva nella sua infanzia. Gazzara si alterna con gusto pittorico fra il mellotron, l’organo, l’harmonium ed il pianoforte da cui evaporano suoni che conducono ad un luminoso samadhi dell’anima.
La mia opinione è che la bellezza (quella intima) si possa indossare in qualunque occasione.
Se proprio dovessi suggerire un climax ideale per l’ascolto di questo lavoro, propenderei forse per l’imminente notte di San Lorenzo, la notte delle Perseidi, quando il cielo verrà irrigato da sciami erranti di astri in fuga.
Forse perché è un lavoro che promana una serenità celeste, forse perché è intarsiato da un pacato, dolcissimo desiderio. E forse desiderare (dal latino de-sidera) significa sdraiarsi a guardare le stelle aspettando che da loro discenda qualcosa. (Mattia Scarsi - tratto da contrAPPUNTI - Quaderno trimestrale del Centro Studi per il Progressive Italiano - Anno VII - n. 4 - inverno 2010-2011)


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ALVITI & PAPOTTO Le immagini della musica - di Mattia Scarsi

Che cosa è musica? Che aspetto ha? Quali immagini si proiettano nella sua voce? Quali visioni scorrono nel letto del suo fiume?
Io ne sono convinto da tempo: musica è la pittura che non finisce nel quadro. La cornice non è il limite del quadro ma il confine che la realtà non riesce a valicare per tuffarsi nella tela.
Parto da questa mia tesi, condivisibile o meno, per parlare de Le immagini della musica, il nuovo lavoro di Massimo Alviti e Alessandro Papotto. I due compositori ed eccellenti interpreti, che vantano nel loro percorso artistico prestigiose collaborazioni, (Avion Travel, Banco, Mauro Pagani per Papotto , Rodolfo Maltese e Raffaele Simeoni per Alviti) non hanno bisogno di molte presentazioni: il titolo sinestetico del cd, rimanda all’idea di un “film”nel quale Alviti con il suo ottimo fingerstyle e Papotto alternandosi fra clarinetto e sax soprano, affermano di voler stimolare le immagini dell’inconscio nello “spettatore”.
Mi accingo dunque a raccontare l’intima pellicola che mi ha avvolto durante l’esperienza (multisensoriale) dell’ascolto, ben conscio dei limiti che possiede il misero setaccio della scrittura.
Sta di fatto che da questo sodalizio artistico, coadiuvato da una produzione all’altezza, si traccia un disegno delicato, ricco di chiaroscuri, ad indicare quanto più colore vi sia nelle sfumature anziché nei contrasti. Un disco di classe, un prisma di luce piena dove soffermarsi di più su una “faccia” del poliedro, vorrebbe dire mettere in ombra le altre. Nonostante ciò, devo ammettere che la melodia ambrata di Forse una canzone s’insinua nei ventricoli fin dal primo ascolto, che le acrobazie leggiadre de Il saltimbanco, infastidito dal calabrone di Rimskij-Korsakov, celebrano nel migliore dei modi l’intesa dei due artisti, che il godibile jazz old style di Vecchia radio e la malinconica e bellissima Notte, giorno, notte sono modelli di puro entertaiment e di talento visionario.
E’ però nella sua interezza che l’album si rivela una galassia, composta di tredici pianeti, che ruotano nelle retine e nelle orecchie di chi ascolta, ben oltre il tempo delle loro orbite udibili.
D’altronde certa musica, la grande musica, riverbera in noi come un’eco gentile e dispotica: le sue note ci colonizzano, ci possiedono, ci animano, ci regalano l’immaginazione. Sono ciottoli lanciati in acque morbide dove i cerchi si diramano fino alla Luna ed oltre.
Restano ai margini le parole, come pleonastici orpelli, come recinti da divellere o come fagotti legati al volo di cicogne. Certa musica, la grande musica è tela senza cornice, senza soggetto, libera di ritrarre se stessa. Parte di quella musica è qui dentro. A noi non resta che contemplarla, in silenzio, ad occhi chiusi. (Mattia Scarsi)

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PERIFERIA DEL MONDO Periferia del mondo - di Mattia Scarsi

5 aprile 2012

Dopo essere stata rimasterizzata dalle sapienti mani di Paolo Iafelice, già curatore dell’ultimo studio album di Fabrizio De Andrè, esce per Aereostella, la ristampa di Periferia del Mondo, terzo lavoro dell’omonima band romana. Prima di tuffarmi con voi nelle onde sonore dell’album, ci tenevo a dire qualcosa dalla riva, sperando di sapermi far comprendere. Ci provo: l’etimologia, ricetta di antiche radici, arcano e volatile incantesimo, è in realtà una disciplina concreta che scrive sul volto di ogni parola, quanta e quale vita ha vissuto. Quando viene al mondo la parola periferia significa il portare intorno, il rendere partecipi altri non tenendo tutto per sé. Col passare dei secoli il significato si è modificato in parte ed oggi, definiamo periferia, ciò che dista dal centro di una cosa. Fra il seme primigenio e il frutto maturo c’è l’intima scintilla che ci illumina: la vedete? La musica che viene al mondo per essere ascoltata e condivisa è il centro, il cuore. Chi fa musica porta (intorno a sé) questa scintilla.

Come nella nostra circolazione il sangue (la vita) viene spinto dal centro del cuore, andando ad irrorare tutte le importanti province (periferie)del nostro organismo. Pensate ai miliardi di spartiti sdraiati sui leggii del mondo: che ne sarebbe di loro senza i “periferici”, ossia senza coloro che se ne fanno portatori? Periferia del Mondo non è solo il titolo di questo lavoro, non è soltanto il nome di questo gruppo, bensì è il loro cammino, la loro missione.
Da questa missione riparte la band romana composta da Papotto, Braico, Tommasi, Vegliante e Zito con un lavoro che ribolle di idee e di maturità espressiva. Un album dai mille pregi a cominciare dal curatissimo sound, per non dire dell’equilibrio interno che il quintetto riesce a mantenere sempre, nonostante si tratti di musica nomade, di equilibrismi e poliritmie fra il jazz, il rock progressivo e qualche vagheggiamento etnico. La potente tempesta (e quiete) oratoria (oltre 10 minuti) della titletrack, ci spinge in mare aperto mettendoci davanti ai minacciosi flutti hard - rock di Oceani, finché un’onda magica non ci conduce nel bel mezzo di un suq, nell’ agorafobico andirivieni di un mercato del medio oriente, sballottati nella Suite mediterranea. Come detto in apertura, uno dei tanti pregi di questo gruppo è quello di suonare davvero come un gruppo in ogni sezione del disco che scorre nitido come un ingranaggio sempre puntualmente oliato. Il quintetto si muove con dimestichezza anche nella forma canzone dove elargisce melodie carezzevoli come nell’eccellente Chiaroscuro. Tommasi è un chitarrista che impugna con sovrana disinvoltura il suo scettro da cui estrae assolo da brividi o granitici riff come nel caso di Synaestesia, pietra lavica che sembra eruttata dall’infernale fucina di Lord – Blackmore, ai tempi di Fireball. Papotto, qui sorprende tutti con un travestimento vocale, indossando un timbro acuminato e minaccioso che aumenta le scintille della track. Per il resto l’apporto del polistrumentista è la solita congerie di classe, morbidezza ed incisività: basti citare a conferma di ciò il suo assolo di sax che eleva Angeli infranti dallo status di semplice canzone o le due tracce strumentali successive. In Cartoline per il Giappone, sul candido piano di Vegliante, Papotto dà fiato con clarinetto e sax, alla danza di una giovane geisha avvolta in un kimono di sensuale malinconia. Qualche secondo dopo, eccoci in un fumoso night nella Broadway degli anni ’50: loschi individui con lo sguardo imprigionato nel decolté di qualche futura starletta, uomini d’affari, odorosi di potere e misfatti, femmine fatali, mantidi sfrontate e camerieri impomatati che rincorrono laute mance. Il tempo galleggia torbido, come in una pozzanghera, scivolando sulle spazzole di Zito: Piove sul mare è un Coltrane marinato nello scotch. Non servono gli occhiali ma questa è musica in 3D. La nuova composizione Funkats, un accattivante funky che chiude questa ristampa, non aggiunge note di particolare merito ad un album che, dobbiamo dirlo onestamente, poteva e potrà essere migliorato in un solo modo: con un successore all’altezza che porti sempre più la Periferia del Mondo al centro della musica. (Mattia Scarsi)

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MARCELLO CAPRA Fili del tempo - di Riccardo Storti

24 ottobre 2011

La chitarra di Marcello Capra non è proprio uno strumento musicale. Direi che è più uno strumento di viaggio. Sì, perché il musicista piemontese ci ha ormai abituato da tempo a salire sulle corde della sua acustica, invitandoci a seguirlo per le strade tracciate ai bordi di un atlante pentagrammato.

Ciò è quanto capita anche nell’ultimo lavoro Fili del tempo (Electromantic, 2011), vera e propria collezione di rotte sonore, arricchite dalla supervisione di Beppe Crovella (qui impegnato pure come sessionman all’Hammond e alle tastiere). C’è un Mediterraneo un po’ californiano (Dreaming of Tinder), l’Argentina tanguera (Astor), il Brasile samba-fusion (Irio), Napoli (Danzarella) e vertici di un Oriente estremo in tutti i sensi (For Tibet). I fili del tempo, però, una volta riannodati, mettono in luce i ricordi: così si spiega la cover dei Cream (dall’originale di Skip James) So Glad e il medley-tributo alla Frontiera dei Procession. I felici movimenti ritmico-armonici della chitarra di Capra creano ulteriori episodi di un virtuosismo creativo mai fine a se stesso (la title track), incoraggiando varianti etniche per spunti blues (Standby) o accogliendo suggestioni – tanto vivaci quanto semplici – rivolte ad Est (Un sogno lucido).
Ma l’intuizione più brillante alla base di Fili del tempo va ricercata nel ritorno di Silvana Alliotta, voce storica dei Circus 2000, che
in più tracce presta il proprio canto. Immutato per qualità ed entusiasmo. Anzi, c’è qualcosa di più. Negli anni Settanta il timbro della Alliotta venne spesso affiancato a quello di Grace Slick dei Jefferson Airplane. Un complimento, però anche una condanna, se vogliamo… E proprio nell’opener Dreaming of Tinder il fattore Slick si rifà vivo. In So Glad il pertinente inserimento dell’Alliotta è la ciliegina sulla torta. Il culmine nei vocalizzi jazz carioca di Irio: una vis interpretativa inarrestabile e, al contempo, controllata e, presi dal groove, ci chiediamo perché l’Alliotta non sia diventata la nostra Shelley Bassey. A pennello l’ultimo cameo in For Tibet: la cantante lascia che la chitarra di Capra le apre la strada ed, al momento, fa il suo ingresso. Una voce, poi un’altra, dentro il fascino della sovraincisione, con un andamento melodico a spirale, in un metamorfico blues sciamanico, bloccato all’ìmprovviso dal pedale di Silvana e l’ “altra”.
© Riccardo Storti

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VITTORIO DE SCALZI Gli occhi del mondo - di Riccardo Storti

15 ottobre 2011

Vittorio De Scalzi è l’unico artista veramente in grado di dare voce e musica all’ineffabile mondo poetico di Riccardo Mannerini. “Ineffabile”. Fa specie usare questo aggettivo, per la poesia. Ineffabile. Impossibile da raccontare. Eppure la parola – in poesia – è tutto. Quando poi si scende (o si sale) per colorare con i suoni i versi, il rischio di una banale implosione per corto circuito è dietro all’angolo. Se il musicista decide di avvicinarsi al poeta, deve – come minimo – sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, cogliere quell’orizzonte che non sempre lo spartito ti consente.

Ma Vittorio De Scalzi è una vita che gira per i caruggi di Mannerini. Ci si infilò la prima volta nel 1968 con i New Trolls, complici De André e Gian Piero Reverberi, per Senza orario senza bandiera. Un contatto artistico mai cessato e, al tempo stesso, una consonanza tra i metri manneriniani e la facilità compositiva sull’arco melodico di De Scalzi.

Finalmente, ora, ci siamo. Dopo la brillante uscita zeneise del 2009 (Mandilli), De Scalzi, in collaborazione con il cantautore Marco Ongaro, ha pubblicato Gli occhi del mondo (produzione Aereostella).
Selezionando dal canzoniere di Mannerini, De Scalzi ci presenta una galleria di personaggi che vivono di sentimenti- spesso estremi - in un’atmosfera di magica quotidianità: la gelosia di Gionata Orsielli, la solitudine di Isabella Eggleston, l’educazione distratta di un Serial Killer colto nell’atto di uscire da un forno con “in mano il sacchetto del pane”, l’amore “stordito” di Martina di marzo “incerta sui tacchi fra incerti lampioni”. Scorrono veloci gli incubi di un crudele desiderio prenatale (Il ritorno) e agili trasfigurazioni evangeliche (12 pescatori), in fondo ad una geografia esistenziale tutta da riscrivere (Senza una voce), tracciando rotte attraversi temi sensibili quali il suicidio (Tante gocce), la giustizia (La corte), gli affetti più intimi (L’ultimo altare) e il senso della vita (Gli occhi del mondo).
Il tessuto musicale procede di pari passo con lo spirito delle liriche. È il De Scalzi compositore fine e maturo delle melodie di The Seven Seasons e di Mandilli, ma che non esita a personalizzare su diversificati stili di ballad: blueseggiante (Il ritorno), country-western (Gionata Orsielli, Serial Killer), mediterranea (Senza una voce), beatlesiana (Isabella Eggleston… con un mellotron alla Strawberry Fields Forever), italiana doc (Tante gocce), easy-listening (Sera sul mare), soul (Martina di marzo). Alcune canzoni (L’ultimo altare e Gli occhi del mondo) si conferma un ulteriore naturale allineamento con il De André di Anime salve e il Fossati anni Novanta. Un pizzico di Chicago con lo spirito saltellante di Le Roi Soleil, sostanzia il profilo melodico-ritmico de La corte, in mezzo al divertito e divertente gioco declamazioni forensi (voce dell’attore Corrado Tedeschi) e di staccati. Il rock, invece, a gamba tesa con una teoria di riff, stacchi e accordi pieni, spezzando la tenue atmosfera di 12 pescatori.
De Scalzi canta, suona pianoforte, piano elettrico, chitarre (classica e acustica), sintetizzatori e mellotron ed è accompagnato dal fedele Andrea Maddalone alla chitarra elettrica (molto bensoniano…), dal bassista Massimo Trigona (noto sessionman genovese che qualcuno di voi avrà visto sul palco de La Claque con Il Picchio Dal Pozzo) e dal batterista jazz Enzo Zirilli (ha suonanto con Moroni, Tavolazzi, Pieranunzi, Rolff). Tra i musicisti ospiti: Franz Di Cioccio della PFM (batteria nella seconda versione de Il ritorno), la White Light Orchestra (il trio d’archi degli Gnu Cabrera, Izzo e Rebaudengo), il chitarrista Paolo Bonfanti, il fisarmonicista rumeno Nani Tudor, il fiatista Edmondo Romano e il mandolinista Martino Coppo.
Un po’ come i protagonisti di Sera sul mare, Mannerini, De Scalzi e Ongaro diventano “ricettatori di stelle” che “aprono i loro armadi fra le nubi”, mentre “il nostro cuore tenta a buon mercato di comprarsi un sogno”. Un CD, come questo, può bastare. Quando si dice una medicina per l’anima.

© Riccardo Storti

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LE ORME La Via della Seta – di Riccardo Storti

5 settembre 2011

Prima l’attesa, poi la curiosità. Ogni volta che esce un nuovo disco di una band “fondativa” del progressive italiano, l’attenzione è ai massimi livelli. Figuriamoci poi se questo gruppo si chiama “Le Orme”. Inoltre, tenuto conto delle svariate vicissitudini degli ultimi due anni, alla notizia di questa nuova pubblicazione, gli appassionati hanno avuto modo di vedersi raccontato – in musica – un ulteriore capitolo. Ma, come è nostro costume, qui si parla e si scrive di note; il resto non ci appartiene, anche perché l’unico dato che abbiamo tra le mani è un CD che attende di essere, prima di tutto, ascoltato. Però la questione di fondo resta ed è inutile girarci in giro o celarsi dietro ad dito. Ma come saranno Le Orme, per la prima volta, senza la voce e la presenza di Aldo Tagliapietra? Credo sia onesto chiedercelo. Ma pari onestà si impone necessaria durante l’ascolto. Che parli la musica.

L’idea di fondo- grazie all’imbeccata produttiva di Guido Bellachioma – possiede un indubbio fascino: un concept album sulla Via della Seta, considerata alla stregua di una categoria geo-esistenziale in grado di mettere in comunicazione l’Oriente con l’Occidente e viceversa. La sceneggiatura trova modo di essere immersa in un plot sonoro dalle coordinate ben fedeli alla connaturata vena sinfonica (Verso Sud, Incontro dei popoli). Il lavoro di scrittura tastieristica di Michele Bon si rivela pertanto ben strutturato di rimandi tanto al tratto emersoniano (l’attacco di L’alba di Eurasia, il pianismo di Mondi che si cercano, il simil bolero della title track, così Abadon) quanto ai Genesis (29457. L’asteroide di Marco Polo). Va aggiunto che La Via della Seta non subisce passivamente la seduzione degli anni Settanta ma denota sonorità molto più vicine al neoprog contemporaneo (Il romanzo di Alessandro, Una donna). Ovviamente la tradizione ormistica è viva soprattutto in alcuni ariosi temi, il cui modello potrebbe essere ricondotto composizioni sulla falsariga di Maggio (Serinde, La prima melodia e Xi’an-Venezia-Roma). Da non trascurare l’apporto del bassista Fabio Trentini: qua e là (penso al preludio di Serinde, prima della frase di moog) si percepiscono alcuni precisi marcatori vicini al sound di alcuni suoi lavori solistici. Il drumming di Dei Rossi ben si collega all’impianto totale per calore e pertinenza dinamica.
Senz’altro più pregi che imperfezioni. Unico neo, i testi non sempre ispirati, o meglio: il prestigioso apporto di Maurizio Monti pare staccato dalla dinamica di gruppo. Manca ancora una sintonia lirica a cui Le Orme ci hanno abituato da sempre.
D’altra parte si ha l’impressione che Le Orme abbiano scelto di dare molto più spazio alla vena strumentale rispetto a quella canora, forse perché su quest’ultimo versante si viene a toccare un punto delicato. E la scelta di consegnare le parti cantate al vocalist dei Metamorfosi Jimmy Spitàleri non appare né posticcia, né forzata. Si tratta di un timbro dotato di una concreta personalità autonoma. Anzi, rispetto ai tempi di Inferno, l’ugola è dotata di maggiore controllo. Uno Spitàleri lirico e, al tempo stesso, potente e, per fortuna, non più retorico.
Alla fine dei giochi, mi viene spontaneo il parallelo con un altro CD di qualche anno fa, firmato da un complesso storico. Mi riferisco a Marco Polo dei Latte e Miele. Le telepatie - musicali e contenutistiche - sono numerose (l’aura sinfonica e il tema del viaggio in Oriente). Detto questo, però valga un consiglio. Ascoltate La Via della Seta senza troppe pretese dietrologiche. Ascoltatelo e basta. Confrontare, serve a poco. Gli spunti brillanti abbondano. Certo: c’è un percorso diverso che trova la sua forza nelle polifonie tastieristiche di Bon, nelle articolazioni percubatteristiche di Dei Rossi e nel sostegno ritmico-sonico di Trentini. Al trio si aggiunga un interprete vocale di peso e di carattere come Jimmy Spitàleri. Altri passi, altre orme.
© Riccardo Storti


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MASSIMO COLOMBO & FELICE CLEMENTE Doppia traccia - di Riccardo Storti

30 agosto 2011

È sempre un estremo piacere avere la fortuna di accedere – di tanto in tanto – nel giardino sonoro del pianista jazz Massimo Colombo. In questa sua recente Doppia traccia (Crocevia di Suoni Records, 2010), Colombo si avvale della compagnia di Felice Clemente al sassofono soprano . Il duo firma per intero il CD, benché il fiatista compaia per 4/5 delle composizioni presentate. Le “due tracce” a cui si fa riferimento, riguardano due mondi musicali, apparentemente lontani tra loro: il jazz e la musica classica. Come lo stesso Colombo mette in evidenza nelle note di copertina, il milieu proposto contiene brani jazz per pianisti classici curiosi oppure pezzi dalla severità classica da alleggerire con una buona dose di swing. Dipende quale punto d’ascolto si decida di selezionare.

In realtà, Colombo mi suggerisce ad un approccio molto più libero, ma non per questo “incosciente”. Mi spiego meglio: partiamo subito dai 9 Notturni che subito si diffondono dalle casse del nostro stereo, appena inseriamo il CD nel lettore. Colombo ci avverte che la fonte di ispirazione è Chopin. Ma – per favore – non vestiamo i panni pedanti del filologo per forza; semmai fiutiamo il mood che tra gli arpeggi del pianoforte e le sinuosità sensuali del sax si dipana nota dopo nota. E ci accorgiamo, quasi per magia, che questo apocrifo Chopin punta a Bill Evans, sembrando un impressionista offshore oltre Debussy. Però, sotto sotto, da appassionato del prog italiano anni Settanta, percepisco le tenui atmosfere di un altro duo, quello di Franco D’Andrea e Claudio Fasoli nei Perigeo.
In Duo fantasia è, invece, interessante notare come i vari assi portanti si intersichino in un quadro di notevole complessità. Il tempo è jazz (si parte con un contagioso 5/4) così come gli spread improvvisativi del sax, ma la tenuta orchestrale del pianoforte non si schioda dalla solida architrave contrappuntistica, quella che garantisce una meccanicità per nulla fredda, semmai naturalmente rigorosa con balzi extratonali dalle simpatie novecentesche.
L’insaziabile tono e La linea di spago tentano quasi un recuoero della forma sonata in ambito jazz: esposizione, sviluppo e ripresa ma attraverso il quid di un’estemporaneità calcolata. Lo scambio di frasi tra i due attori, rasenta una sorta di concertismo da toccata, al di fuori del tempo e del genere. Se in L’insaziabile tono risulta più evidente il gioco della libera dissonanza, in La linea di spago prevale la ricerca di una probabile melodia composto, scomposta e ricomposta secondo un continuo scavalcamento di frontiere musicali.
Per il piano solo, Colombo si ritaglia un mazzo di deliziose miniature dal titolo evocativo, Immagini. Velocissimi ritratti di sensazioni che spaziano dal blues (Microbico blues, Sardonico, Quante quinte) alla musica popolare (il Sud America carioca di Brasiliando, gli iberismi di Madrid, un Ex etnico che sa tanto di bartokiano microcosmo magiaro) attraverso ipotetici omaggi (Il sorriso di Ada dalla seducente trama contrappuntistica; Pat and Lyle riferita a Metheny e Mays, To McCoy, il barocco da colonna sonora minimalista di Corale pop), quadretti con soggetto (Il gatto nel piano, La fuga del pinguino assai brubeckiana, la quasi romantica Il destino dell’oca) e varietà temporali (Semplice tre, le scale veloci di Spedito e condito).
© Riccardo Storti

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THREE MONKS Neogothic Progressive Toccatas - di Riccardo Storti

12 luglio 2011

Superiamo la – pur affascinante – scenografia gotica di copertina, nome della band e titolo del CD. E andiamo ben oltre le tentazioni limitanti dei paragoni prog. Un trio di “monaci” buiovestiti. Trio prog tastiere, basso e batteria. Alt, occhio, anzi orecchio. Una tastiera e, nella fattispecie, un organo a canne, please. Vabbé. Restiamo al trio? Così scorre – in testa, ma meno nei padiglioni auricolari – la pletora di probabili riferimenti: dagli E.L. & P. alle Orme collagesque, dai Quatermass ai primi Latte e Miele. No, signori, siamo fuori strada. O meglio: per comodità analogica (e di etichette), possiamo anche crederlo, ma, alla fine, perdiamo la vera percezione di questo particolarissimo album che, non solo merita attenzione, ma soprattutto una discreta precisione – come dire? – critica.

Line-up… Start-up: Three Monks è, prima di tutto, un trio aretino formato da Paolo Lazzeri all’organo ecclesiastico, Maurizio Bozzi al basso e Roberto Bichi alla batteria (sostituito, però, in due brani, da Claudio Cuseri).
Arriviamo alla sostanza, allora: Neogothic Progressive Toccatas (Black Widow Records su licenza Drycastle) è, prima di tutto, un particolarissimo esperimento sonoro volto a mettere in luce le immense capacità timbriche dell’organo a canne all’interno di un layout ritmico-dinamico rock. L’esito è indubbiamente progressive. Elenchi di band e compositiori in ambito popular si sono divertiti ad inserire lo strumento nel rock: oltre agli esempi già citati, inserirei Tony Carnevale, Par Lindh, Triumvirat, Rustichelli e Bordini, The Trip, i Goblin, Jacula, il Battiato di Canto fermo (in M.elle le Gladiator). La funzione di tale scelta sonora? Beh, il recupero di una certa patina arcaica ma nobiltata dalla nobile tradizione magistrale di Johann Sebastian Bach. Chi non conosce la Toccata e fuga in re minore BWV 565 ? Poi una distorsione culturale – probabilmente prodotta dal fatto che il suono dell’organo si associa spesso a musiche per occasioni solenne, non esclusi i funerali – ha fatto nascere il mito gotico dello strumento, sfruttatissimo nel making di colonne sonore horror (vedi Profondo rosso).
Ma nessuno si era spinto a tanto, ovvero dedicare integralmente all’organo a canne un intero album rock, per di più tutto strumentale. Ecco perché vale la pena procedere oltre le apparenze. Le composizioni raccontano anche delle storie di organi, come quello nella cattedrale di Magdeburgo (rasa al suolo durante i bombardamenti alleati della Seconda Guerra Mondiale: lo strumento – un tempo tanto amato da Franz Liszt – è stato ricostruito nel 2009) o quello nella Basilica di Waldsassen o quello dell’Abbazia di San Florian (dove si trovano le spoglie del compositore austriaco Anton Bruckner). Attraverso le dediche e la narrazione, scopriamo che in ogni epoca si è composta musica per organo. Perché non farlo ancora oggi e in un ambito diverso?
Così in Progressive Magdeburg Lazzeri si lancia in una serie di raffinati fugati, ben assimilabili all’impianto ritmico del basso e della batteria, con sforbiciate metriche dal sapore “dispari”. Disco tradizionale fino in fondo, visto il recupero – a tratti “severo” – della scuola barocca europea attraverso lo stile libero della Toccata, secondo un restyling moderno (il riferimento è alle due Toccate Neogotiche, la n. 1 e la n. 7). Di non dissimile fattura anche l’elaborata Herr Jann, tributata al costruttore di organi Georg Jann: la composizione mostra un acume contrappuntistico che contagia anche le figurazioni ritmiche di basso e batteria in un vivace caleidoscopio di tensioni armoniche, talvolta rese ancora più nebulose da cambi di tempo, suggestivi accordi dissonanti e peculiari interludi in contrasto con il generale schema dinamico della traccia.
Neogothic pedal solo, invece, sembra apparentemente scostarsi dagli altri brani, sia per l’incipit di un coro monastico , sia per l’assolo di basso; ma, nella terza parte, l’arrivo dell’organo sembra quasi glossare i contenuti esposti fino a quel punto da i due interventi fissati come preludio. Non poteva mancare un omaggio ai Goblin: i Three Monk ricreano Profondo Rosso ma in una prospettiva classica, ovvero sfruttando il modulo del tema con variazioni.
Neogohic Progressive Toccatas, più che uno dei tanti fenomenali prodotti progressive, è, in primis, un’avventura acustica da affrontare senza pregiudizio alcuno e con la curiosità di scoprire una storia musicale che sembra scorgibile dietro l’angolo ma che in realtà porta assai lontano nello spazio e nel tempo. Il veicolo è proprio quell’organo da chiesa, scritto negli spartiti di Bach e Buxtehude, poi riabilitato romanticamente da Liszt, Reubke, Bruckner, Franck, Saint-Saëns (a proposito, questo esperimento mi ricorda molto quello che il francese tentò con la coraggiosa Sinfonia n. 3…) e Reger, quindi balzato fuori dalla recherche classico-progressive di Emerson, Simonetti e Vescovi. Paolo Lazzeri è “solo” l’ultimo monaco amanuense che, con pazienza certosina ed entusiasmo benedettino, ha ripreso la pulizia dei registri e delle canne.
© Riccardo Storti

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WICKED MINDS Visioni, deliri e illusioni (Tribute to Italian Prog) di Riccardo Storti

11 luglio 2011

Misurarsi con alcuni classici del progressive italiano, magari personalizzando il tutto con una bella iniezione di hard rock. Ecco la scommessa – fattasi ricetta – dei piacentini Wicked Minds che, con questa nuova uscita (pubblicata dalla Black Widow di Genova), hanno voluto (anche loro) omaggiare i 40 anni del movimento musicale tricolore.
Una gestazione maturata dal 2007 ad oggi, periodo in cui la band ha studiato i pezzi ed innescato stimolanti confronti con alcuni dei protagonisti diretti di quelle memorabili tracce. Una bella soddisfazione potere rivivere pietre miliari in compagnia dei vari Martin Grice, Lino Vairetti, Aldo Tagliapietra, Antonio Bartoccetti e Stefano “Lupo” Galifi.

I Wicked Minds si sono, da sempre, mostrati una band solida votata alla connessione vintage tra hard rock e psichedelia, pertanto il gesto di confrontarsi con la storia musicale dei nostri anni Settanta ha consentito loro di dimostrare ulteriormente la compattezza del collettivo. Pertanto, guai a toccare soprattutto l’impianto strumentale, mosso – per questo preciso episodio discografico – da una notevole ed encomiabile precisione filologica.
Il risultato è assai buono nella riproduzione di hit come Caronte I di The Trip, L’uomo degli Osanna (con Vairetti vocalist), Dentro me (una rarità di Dietro Noi Deserto con Bartoccetti alla chitarra) e l’hendrixiana Farfalla senza pois dei Gleemen (convincente l’impronta del cantante J.C. Cinel: qui è nel suo).
In due casi la qualità della resa supera addirittura l’originale: mi riferisco a Figure di cartone de Le Orme e alla suite di Zarathustra del Museo Rosenbach, grazie, soprattutto, all’inserimento delle voci di Aldo Tagliapietra e di Lupo Galifi. In particolar modo ispirato, il canto di Lupo non perde né pelo né vizio, per merito di un’affinità sonora marcata sul piano della “durezza” dinamica. Wicked Minds e Galifi si sono proprio trovati… (non me ne vogliano gli amici de Il Tempio delle Clessidre).
Ma non tutte le ciambelle vengono con il buco. Prendiamo il duplice cameo della bravissima Sophya Baccini: azzeccatissima in Io, la strega dei Circus 2000, ma non a suo agio alle prese con quell’inarrivabile capolavoro dei New Trolls che è La prima goccia bagna il viso. Sarà che la voce di Nico Di Palo è un gigantesco brand ineludibile, foriero di una drammaticità che, nell’interpretazione lirica della Baccini, viene a sfumare. Non è una questione di tecnica, anzi, probabilmente, qui ce n’è troppa rispetto all’originale dei New Trolls. Forse, in alcuni punti (“Tu che sei lassù…”), sarebbe bastata una duplicazione delle voci in funzione corale (se non altro per salvare lo spirito New Trolls).
Così come in Dio del silenzio dei Delirium, la voce di J.C. Cinel è assolutamente fuori posto, poi, per fortuna, arriva il sax baritono di Martin Grice a salvare capra e cavoli. Stessa percezione per il medley dedicato a La Nuova Idea (un mix da Mr. E. Jones e Clowns): fedeltà irraggiungibile di chitarre, tastiere, basso e batteria ma spettro “corale” poco brillante, a tratti piatto, se non – talvolta - calante.
Meglio la cantante di ruolo del gruppo, Monica Sardella, alle prese con Un posto de Il Balletto di Bronzo (eccellenti gli arrangiamenti organistici di Paolo Negri) e con Un villaggio, un’illusione di Quella Vecchia Locanda. Ma il compito più difficile si palesava dalle parti de La carrozza di Hans della PFM (chiusa dal tema di Impressioni di settembre). E la ragazza non se l’è cavata male, grazie anche al coraggioso tentativo di offrire un’interpretazione non proprio sovrapponibile all’originale.
In sostanza, il lavoro dei Wicked Minds è altamente positivo, se non addirittura strabiliante, sul fronte delle scelte e degli esiti strumentali, però risulta, invece, penalizzato da sbavature sul piano di alcune opzioni vocali che avrebbero meritato una maggiore ponderatezza “registica”.

© Riccardo Storti



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RED ONIONS Diario di un uomo qualunque - di Mattia Scarsi

21 giugno 2011

Attivi da più di sette anni, nei quali come tutti coloro che vogliono emergere, si sono fatti le ossa negli scantinati e sui palchi della micro-provincia, i perugini Red Onions presentano il loro primo lavoro in studio dal titolo Diario d’un uomo qualunque, un concept album che attraverso le 11 tappe musicali, riporta gli appunti e gli spunti raccolti durante il periglioso periplo dentro se stessi.

Il soffritto di base proposto dalle Cipolle Rosse è composto per lo più da un rock blues assai granitico che guarda con (giusta e condivisa) ammirazione a grandi gruppi del prog tricolore senza però mai abbracciare del tutto, il tessuto del nostro rock romantico. Non ci sono lunghe suites classicheggianti o segmenti jazzistici, ma piuttosto qualche minuto e rapido squarcio di fantasia che, nella loro musica, sembra fotografare un piccolo accenno di una futura metamorfosi. Per fare un paragone importante, e per dare qualche riferimento a chi fruisce della musica in maniera filologica, ascoltando il Diario, tornano in mente alcuni passaggi dei Jethro Tull, periodo 69/70 (Stand upBenefit) dove, qua e là si poteva già intuire che di lì a poco, al folletto e ai suoi discepoli non sarebbero più bastati i margini canonici di tempo e spazio armonico. Questi spiragli dove affiorano elementi della nostra scuola cantautorale, schegge psichedeliche e atmosfere sulfuree, accrescono la piacevolezza e la curiosità nel continuare a sfogliare le segrete pagine del Diario. Pagine tra le quali fisso degli immaginari segnalibri sulla titletrack, su Epitaffio per la prima morte di un sogno con un ottimo intervento della chitarra elettrica e su Occhio del giorno dove invece troviamo una convincente chitarra acustica. Il rovescio della medaglia (non è un messaggio subliminale) è una qualità del cantato piuttosto carente e soprattutto, esclusi gli episodi sopracitati, la latitanza di melodie appena memorabili che, alla lunga, non fa che acuire la distanza fra il gruppo e l’ascoltatore, affaticato dalla mancanza di incanto. Chiudo con una nota riguardante il linguaggio. Ho ascoltato le parole investito dai flutti dell’album, le ho rilette sulla sponda cartacea e muta del silenzio. Quello fatto con i testi, è un lavoro che il sottoscritto non può che apprezzare: su chiunque intraprenda il sentiero della musica, soprattutto di un certo genere, incombe la benedetta maledizione della lingua italiana, calamita e calamità per chi si accinge a comporre nella lingua che fu del Manzoni. I Red Onions ne escono col merito di aver tentato nuove sfumature, iniettando tensione, fuggendo l’archetipico sciame di aggettivi senza attributi, inseminando le loro liriche di mistero, allusione e criptico criticismo. Questo è senz’altro un punto di forza da cui ripartire e crescere. [M.S.]

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Finardi precursore di un blues italiano? - di Gianni Martin

30 gennaio 2011

Due ore imbevute di musica, parole e racconti, intervallate da sciami di applausi e una standing ovation finale contraccambiata da un’ulteriore perla. Lui sul palco da solo per cantare Favola.

Eugenio Finardi nella sua esibizione del 22 novembre 2010 al Teatro Candoni di Tolmezzo ha davvero stregato la Carnia.
Oltre 500 persone ammaliate da un concerto unico e allo stesso tempo maculato grazie alla sua ultratrentennale carriera. C’è Voglio per aprire la serata, quindi il saluto a quel Friuli incarnato in gioventù nella sua balia Luisa da Palmanova, Gigiute e poi le presentazioni di rito per la sua stupefacente orchestra, con l’innesto dell’ultimo minuto (Tony De Gruttula, alle chitarre al posto dell’acciaccato Max Carletti), quindi Paolo Gambino al pianoforte e tastiere, Federico Ariano alla batteria e percussioni, Stefano Profeta al basso elettrico e contrabbasso. Bando alle parole e a qualche problemino all’impianto, Finardi lancia Le ragazze di Osaka, seguita a ruota da Dolce Italia. Il cantautore milanese rievoca la sua storia, ammette di essere stato fortunato con la prima etichetta di Battisti e Mogol, l’incontro con Demetrio Stratos, l’amicizia di De Andrè rievocata in Verranno a chiederti del nostro amore. Il pubblico scopre il giovane Finardi innamorato di Katia e di un palcoscenico dal quale non vorrebbe scendere mai, ma anche il Finardi precursore del blues in Italia, in anni in cui «mai si sarebbe pensato che 40 anni dopo fosse normale per un nero diventare presidente degli Stati Uniti». Via lo sgabello perchè è tempo di Extraterrestre, il più applaudito dal pubblico che inizia a sciogliersi. Nemmeno il tempo di rifiatare, di nuovo l’amore ma anche lo sguardo alla politica internazionale, con quel Finardi impegnato agli albori delle lotte per i diritti civili grazie ad Afghanistan, che a 25 anni di distanza gli fa dire «le guerre rimangono sempre quelle, quello che cambia sono le stronzate che ci raccontano per giustificarle». Non dimentica Soweto, rispolvera la rarità Ginnastica interpretando il dissidente russo Vysotsky e si rivolge a Dio con Uno di Noi. Il gran finale non delude i fans, La Radio e Musica ribelle che richiederebbero non poltrone ma spazi aperti per dimenarsi. [G.M.]

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MASSIMO COLOMBO Il gioco delle forme - di Riccardo Storti

29 dicembre 2010

A Massimo Colombo piace giocare. “Play”, direbbero gli anglosassoni; e capiremmo subito la polisemia del “gioco” inteso anche come atto di sedersi allo strumento (il pianoforte) e suonare. In questo gioco coinvolge le “forme” in complicità con il contrabbassista Yuri Golubev e il batterista Asaf Sirkis. Il trio come formazione ideale per un divertimento jazz ma non solo.

Colombo – non a caso – inaugura Il gioco delle forme (Splasc(H) Records – 2008) con una suite In breve, collezione di 9 miniature in cui l’osmosi stilistica di generi vive di un deciso approccio all’estemporaneità. Quando si dice improvvisazione; ma sarebbe troppo semplice e prevedibile. Ci mancano gli sguardi, gli ammiccamenti gestuali che sottendono al mood aleatorio di qualsiasi “istante” musicale (Schubert li chiamava “momenti”). E l’ecclettismo di Colombo esce nel modo più spontaneamente integrale: passi da sonata alla Alban Berg (In breve 1), tenui miroir impressionistici (In breve 2), mosse tra Erik Satie e Cole Porter (In breve 3), tracce di Brasile (In breve 4), una sarabande blues (In breve 5), sincopi be-bop (In breve 5), echi di un instabile “novecentismo” tonale corrotto dal jazz (In breve 6), staccati neoclassici dalle raffinate dissonanze (In breve 8) e fusioni di alto contrappuntismo swing (In breve 9).
Una volta usciti dalle naturali tensioni della suite, l’album non abbandona la primaria (e primordiale) attitudine all’interplay tra le parti: Amabile contesto suona come una song senza parole dalle innumerevoli varianti di dialogo tra protagonista (il pianoforte) e le altre “voci”. In Attira ira il sollazzo prosegue negli scatti be-bop all’interno di un flusso armonico di “vuoti” e “ripieni” con notevoli transiti individuali (il solista di Golubev). Pur di segno dinamicamente opposto, anche Frequenti lamenti mette in luce questo reciproco scambio di materiali tra pianoforte e contrabbasso.
Interferenze ritmiche latineggianti su un ossessiva linea dei bassi caratterizzano Reflection One, in cui il piano di Colombo – sul finale – riesce a liberare una suggestiva melodia. Riferimenti casuali ripercorre un viavai di flash espressivi riconducibili tanto al jazz classico quanto ad alcuni sentori “contemporanei” di frontiera. Chiude il CD Maelstrom Suite un omaggio a Lennie Tristano: per piano solo, in questa notevole composizione Colombo passa in rassegna le molteplici possibilità timbriche dello strumento attraverso un dettato armonico e ritmico vicino allo standard cool, ma con sensibili sforamenti in altre aree espressive.
Probabilmente questa è il vero valore aggiunto nella produzione di Colombo: musica “colta” e ragionata, che parte dal jazz ma che non si sa dove possa arrivare. [R.S.]

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Franco Leprino 1977-1987 - di Riccardo Storti

27 dicembre 2010

La Giallo Records ha pubblicato nel 2009 il CD Franco Leprino 1977-1987 contenente Integrati…disintegrati… (album del 1977) più una folta raccolta di inediti composti e registrati dal musicista milanese nell’arco di un decennio.

L’LP del 1977 è considerato dalla critica come uno dei tanti apripista di una via elettronica al progressive italiano, tanto da essere citato in svariati repertori nazionali e non. Vero, ma in parte, visto che Leprino, a differenza di alcuni contemporanei più attenti alle suggestioni dei corrieri tedeschi (citiamo Baffo Banfi e Automat), si serve anche di uno spettro elettroacustico in cui la chitarra classica sembra detenere la centralità armonica, pur fluttuando tra basi di synth e organi. Ovviamente si sente il peso della formazione classica di Leprino soprattutto nella scrittura di quelle parti che prevedono l’intervento di un pianoforte o di un flauto o di un oboe. Nell’insieme scaturisce anche una passione per le strutture “ripetitive” care a Terry Riley che, comunque, avvicinano questa opera prima di Leprino agli esperimenti più calcolati del Battiato di Clic e Sulle corde di Aries (non a caso siculo come il nostro).
Singolari ed eclettici i mondi sonori che si sprigionano dagli inediti, molti dei quali suonano come dichiarati omaggi a personalità artistiche del Novecento. A Stravinskij dedicata la cameristica Fiatazioni: il fagotto della Sacre continua a dimostrare una forza attrattiva timbrica per i giochi timbrici di flauto e oboe in una miniatura nipotina della versatilità dell’Histoire du soldat. La voce – invece – è al centro della epigrafe musicale a György Ligeti: due contralto e un basso dimenticati in qualche angolo di Lux Aeterna. John Zen è il trbuto al Cage del Bacchanale mentre una celesta generata da un sintetizzatore produce Esa, traccia interamente costruita su scale esatonali come Debussy comanda. Un raptus atonale e meccanico al disklavier irrompe nell’atto di riverenza a Nancarrow, così come un Giappone ipnotico esce fuori da Informale 2 per Hokusai.
Ma Leprino ama anche il cinema, così ci consegna i “ricordini” di un Buster Keaton atonale ed elettronico (Informale) e di un Stanley Kubrick seminato tra suoni MIDI (l’apocalittica A Sunny Day in coda al Dottor Stranamore).
Pur fuori dalle dediche, il resto tocca altri giganti del secolo scorso, criptati nelle strutture dei brani: lo Steve Reich maniaco dei metallofoni di ogni sorta potrebbe avere ispirato le leprinianne Parlottazioni; qualche lampo di notturno danubiano alla Bartók sfreccia sui 7/4 di luna; lo Stockhausen perso tra nastri e sonorità concrete fa capolino nelle Meditazioni. E Leprino trasforma lo studio in mestiere, servendosi al meglio degli strumenti strategici regalati dalla prassi di una musica (ormai? Ancora?) postmoderna.
E l’interrogativo sorge spontaneo: che ne è del musicista – oggi – nel 2010? [R.S.]

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